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COME HO VISTO LA TERRA D’IRPINIA _ di Massimo Pica Ciamarra

Riflessioni a margine del Convegno tenuto nell’Abbazia del Goleto il 23 giugno  2012 (1)

Articolo pubblicato sulla prima pagine del MATTINO il 30 6 2012  ( scarica QUI l’articolo in PDF – 1,3 Mb  PICA CIAMARRA _ IL MATTINO 30 6 2012 )

Massimo Pica Ciamarra al Goleto 23 6 2012

Come ho visto la terra d’Irpinia _ di MASSIMO PICA CIAMARRA

Sono cinquant’anni che con occhio di chi progetta, cioè di chi si occupa del come trasformare, frequento l’Irpinia. Ne conosco le montagne, le valli verdi, i paesaggi, gli abitati. Malgrado gli affronti del periodo post-terremoto -tanti interventi impropri- malgrado infrastrutture incapaci di trasformarsi in nuovi paesaggi, la verde Irpinia è una terra meravigliosa, carica di senso, con colori e profili eccezionali. Venerdì eravamo al Goleto: un monumento straordinario per quello che era e per come è stato possibile reinventarlo con colti e sapienti interventi. È un insieme che lascia senza fiato nelle diversità che offre di notte e di giorno -con il buio e con la luce- e per come intrecci nuovo ed antico. Il Goleto non è solo un luogo, è ormai diventato il simbolo concreto di come si possa agire in queste realtà.
Sabato l’Abbazia del Goleto ospitava una tappa della mostra itinerante per i 20 anni della rivista Bioarchitettura. Sta girando tutti i capoluoghi italiani e qui, in Irpinia, invece è accolta in un luogo da raggiungersi appositamente, con un pellegrinaggio che abbiamo fatto in molti. Nello stesso giorno l’Abbazia ospitava un convegno impostato sul simultaneo “recuperare”/“riabitare”, insieme, una questione indissolubile a dispetto di prassi e tendenze sostenute dall’accademia e dai benpensanti.
Quindi due occasioni di incontro in un luogo di straordinario interesse, da raggiungere con lunghi percorsi fra paesaggi dolcissimi e ricchi di memorie. Fra l’altro eravamo ospitati negli spazi stessi del Convento, vi abbiamo dormito, ne abbiamo percorso i luoghi scoperti, sotto le stelle e sotto il sole. Chi torna nello stesso luogo, non importa se ad intervalli di tempo non brevi, coglie trasformazioni o forse qualcosa che non aveva colto in precedenza. Ha ogni volta occhi diversi per il costruito e il non costruito, per le architetture come per i paesaggi.  _CONTINUA
Questa volta però il mio breve soggiorno irpino non mi ha colpito tanto per le immagini -naturali o artificiali- che captavo. Mi sono trovato immerso in una straordinaria esperienza umana. Eravamo tanti, ognuno portatore di un messaggio diverso, e l’insieme era straordinariamente coerente e ricco di diversità. Già nel primo giorno il gruppo si andava allargando anche al di fuori del programma. Chi era venuto apposta da altre realtà europee, chi veniva da varie regioni, chi da altre provincie della Campania. A chi era venuto lì con un motivo preciso si aggregavano di continuo nuove persone, la piccola comunità cresceva e si diversificava.
C’era la musica, la danza, una sapiente ed improvvisata regia. C’erano architetti, scienziati, scrittori, poeti, giornalisti, comunicatori, designer, esperti di pubblicità, industriali, sindacalisti, agricoltori, politici, amministratori, giovani e pensionati. Tutti sinceramente convinti che solo stando insieme, scambiandosi opinioni, costruendo un’atmosfera magica, è possibile recuperare le memorie e lanciarsi verso il futuro. Chi aveva abilmente pensato ed organizzato la sequenza degli incontri aveva previsto l’imprevedibile.
“Le pietre parlano se le sai ascoltare”, così i paesaggi, così l’aria tersa permeata da intenzioni di futuro, pensieri, speranze che vogliono coagularsi e concretizzarsi. C’è certamente ancora da scardinare residui di stolti individualismi, piccoli egoismi, visioni ristrette che paralizzano o rallentano, ma per le queste si diffonde ormai una sana insofferenza. Nel fine settimana trascorso in queste aree, ho visto quindi la terra d’Irpinia cosciente ma non intimorita dalle difficoltà del dover preservare le sue specificità ed i suoi valori, e simultaneamente cosciente del doversi evolvere in complesse ed ampie reti di relazioni. Fiduciosa cioè della possibilità di svolgere un ruolo prezioso anche in contesti più ampi.
Andando al Goleto, ho anche avuto occasione di perdermi, volontariamente, in alcuni centri che non vedevo da anni, ma per i quali avevo in più occasioni impegnato tempo ed energie rispondendo a precise domande di intervento. Rilievi, analisi, discussioni, per poi pervenire a disegni, progetti carichi di senso e di pensiero. Nel tempo gli interlocutori cambiavano, chiedevano revisioni, ridimensionamenti, nuovi studi: l’impegno aiutava a mantenere alcuni principi, a determinare centralità, spazi urbani d’incontro e di socializzazione. Poi prevalsero interessi specifici, privati che avevano la forza di opporsi e d’imporsi. Ho quindi rivisto spazi che non avevano avuto la possibilità di riscattarsi, costruzioni improprie, approssimazioni, aridità. E mi sono venuti in mente altri progetti falliti, in altri centri dell’Irpinia, approvati in prima fase, poi sottrattici da uffici tecnici rapaci, realizzati senza passione. Mi sono ricordato dei progetti fatti nei primissimi anni ’60, cinquant’anni fa, poi di un “piano” di scala ampia, poi di quelli a scala comunale. Poi delle iniziative derivanti dai concorsi degli anni ‘90, alcune realizzazioni ultimate, arredate, ma sostanzialmente non utilizzate (c’è un libro-manuale nel quale il più vivace dei miei colleghi ha sapientemente raccolto le esperienze accumulate); poi il restauro di un Castello seguito con cura da due Soprintendenze -quella Archeologica e quella dei BB.CC.AA- consegnato al Comune e subito oggetto di trasformazioni incontrollate che un occhio esperto vede come attentati; poi qualcosa progettato con cura, innovativo, sperimentale, pubblicato in più luoghi, poi sostanzialmente riprogettato, con nuove attenzioni, oggi fermo per beghe locali, ritiro di deleghe o simili.
Andando agli incontri del Goleto avevo un velo di tristezza, consideravo il rapporto fra le enormi energie immesse ed i modesti risultati concreti. Certo gli spazi del Goleto restaurati ed innovati dal mio acuto amico e collega mostrano l’opposto: forse è la “stabilità” del committente che gli ha consentito di seguire ogni dettaglio e di pervenire ad un risultato eccezionale.
Ma al di là degli spazi e delle trasformazioni fisiche di un singolo edificio, dei centri e degli straordinari paesaggi della terra d’Irpinia, ho visto l’energia, la passione, la vivacità dei suoi abitanti.
Quando sono andato via ero carico di fiducia, come nei primi anni ‘60.

Massimo Pica Ciamarra / 28 giugno 2012

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I VOLI delle BALENE, presentazione del Laboratorio

FOTO + RASSEGNA STAMPA 

L’ALBUM di Mariano Di Cecilia su ISSUE

PROGRAMMA del CONVEGNO

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Written by A_ve

1 luglio 2012 a 09:06

2 Risposte

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  1. Premetto che, se avessi potuto, mi sarebbe piaciuto esserci al Goleto. Un bell’articolo, questo di Massimo Pica Ciamarra, pieno di ricordi, passione e della personale visione dell’Irpinia, di tanti propositi, di progetti architettonici sensati a partire dagli anni ’60 (intanto, vi sono stati due terremoti, quello del ’62 e quello catastrofico dell’80), e poi i concorsi per progetti di recupero e restauro prima vinti, poi falliti o arpionati da “uffici tecnici rapaci, realizzati senza passione”. E mi vien da sospettare che questi ultimi fossero agganciati al carro del politico vincitore del momento. Non sono un tecnico, ma so che l’amico architetto Angelo Verderosa e altri in Irpinia si muovono nell’alveo della “Bioarchitettura”. E questo loro orientamento a me fa piacere. C’è tanto da recuperare in Irpinia (penso al Castello e alla chiesa attigua di Melito Irpino, sul sito del vecchio paese demolito, arato, cancellato come Cartagine), salvare, rivalutare e promuovere anche per un progetto turistico, biosostenibile, realistico e fattibile. E spero che, attraverso la “Bioarchitettura”, si rivada indietro, non molto lontano nel tempo: basterebbe riaffacciarsi agli anni Cinquanta, alla ‘defunta’ civiltà contadina, per ristudiare la ‘Architettura spontanea’ e la ‘Cultura materiale’ della nostra terra. E l’antropologia e l’etnografia locali potrebbero fornire linfa autentica, non edulcorata e si spera non avvelenata da mode e manie consumistiche, alla “Bioarchitettura”.

    angelo siciliano

    2 luglio 2012 at 11:06

  2. Caro Massimo,

    ecco gli irpini che accolgono,
    che recuperano i passi lenti e riabitano i luoghi
    per costruire relazioni

    costruttori di ponti

    grazie Massimo per il tuo sguardo amorevole verso l’irpinia
    architetto massimo di ponti

    dario

    2 luglio 2012 at 10:28


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