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Pasolini e le lucciole

Pasolini e le lucciole _ _ _ di ANTONIO GUERRIERO *

Vi siete mai incamminati all’imbrunire lungo le valli del Calore, dell’Ufita, dell’Ofanto o del Sele ? Vi potrà capitare di assistere incantati ad un fenomeno sorprendente,  all’improvviso  migliaia di puntini  luminosi  vi avvolgeranno trasformando magicamente la notte con le loro fiammelle tremolanti. Queste luci vi trasporteranno in un mondo dove l’uomo era in equilibrio con la natura  e ne percepiva il respiro e la potenza.

Pasolini utilizzò in alcuni articoli l’immagine dell’improvvisa scomparsa delle lucciole come simbolo della omologazione culturale della modernità e della perdita di questo incanto per l’avvento della tecnologia  e di una civiltà che ha distrutto l’ambiente rendendoci più soli ed insicuri.

Quando Pasolini nel 1959, accompagnato da Camillo Marino  e Giacomo D’Onofrio,  vide il Laceno di Bagnoli Irpino vi ritrovò questo mondo incontaminato e pensò di sostituire le lucciole e le lanterne che fino ad allora avevano illuminato il laghetto al centro di questo splendido altopiano con le luci  di un’importante rassegna cinematografica neorealista.

Queste idee furono comprese da Aulisa, all’epoca sindaco di Bagnoli, che sostenne economicamente l’iniziativa consapevole che sarebbe stata un formidabile volano per lo sviluppo turistico di questi luoghi. Poi una serie di contrasti non consentirono che Il Laceno d’Oro continuasse in Bagnoli con inevitabili ripercussioni per lo sviluppo economico di questi luoghi.

La vicenda è emblematica per riflettere sul futuro dei piccoli paesi dell’Alta Irpinia e quanto le idee camminino solo sulle gambe di persone audaci capaci di guardare lontano senza limitarsi a gestire l’esistente. Soprattutto quando il futuro non offre alcuna rosea  prospettiva.

Io non mi rassegno alla fine ormai annunciata di centinaia di borghi,  di casali e di tantissimi piccoli centri delle aree interne appenniniche perché ciò si tradurrebbe in una grave perdita della nostra identità collettiva, perché recidendo le nostre radici cancelleremmo anche ogni possibilità di futuro per le popolazioni di questi luoghi incantevoli. A tutti coloro che ritengono inevitabile  il definitivo declino delle aree interne, rappresento che una speranza ancora esiste a condizione che su temi così  importanti la politica non si divida e sappia coniugare le idee di tutti.

Quando i problemi sono complessi non esistono soluzioni semplici ed occorre con pazienza costruire un progetto condiviso.  Peraltro, esistono le condizioni per un possibile sviluppo dei centri appenninici per le infrastrutture realizzate, per il livello culturale e morale dei suoi abitanti, per il diffuso senso di legalità esistente, per le condizioni di vita ormai insostenibili esistenti a Napoli e in altre aree metropolitane. A condizione di avere una visione complessiva dei problemi da affrontare ed una chiara strategia sugli obbiettivi da perseguire.

Ormai tantissimi giovani volenterosi hanno compreso  quanto sia fondamentale  creare le condizioni per uno sviluppo economico dei centri dell’Appennino e stanno cercando, con fatica e passione, di impedire che i rovi dell’indifferenza e dell’isolamento coprano  anche le nostre radici storiche, sociali, ambientali e culturali e quindi la nostra stessa identità. Così stanno sorgendo iniziative tese a dare un futuro a questi luoghi in cui le popolazioni non si sono rassegnate alla loro progressiva emigrazione. A Monteverde i cittadini hanno sviluppato uno spettacolo d’acqua utilizzando il prospiciente laghetto di tale fascino da richiamare ogni anno migliaia turisti. I giovani di Cairano stanno realizzando giardini per sottrarre i rovi alle abitazioni ormai abbandonate. Ed analoghe iniziative stanno sorgendo in vari  altri centri dell’Alta Irpinia.

E’ bene che tutti abbiano consapevolezza della rilevanza della posta in gioco: siamo la generazione responsabile della sorte definitiva di tantissimi paesini. Mentre si discute accanitamente in Parlamento e nel Paese sul “fine vita” dobbiamo essere pienamente consapevoli che le nostre scelte condizioneranno la stessa esistenza di tanti luoghi ove molti di noi o i nostri familiari sono nati. E’ ancora possibile impedire che il mare dell’omologazione culturale sommerga tutto ciò che questi paesi ancora tutelano come i valori su cui si poggia la nostra identità: la famiglia, l’amicizia, il rispetto per tutti, l’onestà, la solidarietà nella sventura, la dignità del lavoro, l’importanza delle tradizioni, l’amore per questi luoghi e per la comune specifica cultura.

In queste case, nei vicoli, nelle piazzette, nei circoli, nelle congreghe, nelle taverne e locande, le famiglie hanno costruito per secoli rapporti umani più solidi della roccia calcarea di cui sono fatte queste montagne. Tantissima povera gente: pastori, mandriani, boscaioli, viaticali, mulattieri, contadini, artigiani, operai con il loro incessante lavoro hanno consentito ai loro figli di poter studiare ed hanno trasmesso loro quei valori su cui hanno costruito un futuro. La popolazione di questi luoghi ha tramandato, per tante generazioni, una memoria orale fondamentale per comprendere la nostra storia, la comune identità,  per costruire una diversa e più profonda rete di rapporti sociali, di amicizie e di valori.

Non possiamo consentire che tutto questo sparisca per sempre. Sono orgoglioso di essere cresciuto in un paese all’ombra dell’Appennino  ed i miei migliori amici sono quelli dell’infanzia e mi hanno insegnato che è necessario ascoltare per capire, capire per amare. Voglio che i miei figli e le successive generazioni possano continuare a raccontare una storia meravigliosa: la storia della nostra gente. “La vita, amico mio è l’arte dell’incontro” afferma Vinicius de Moraes. L’incontro con l’altro è fondamentale per la vita di ogni uomo, così come l’arte dell’ascolto dell’altro. Ci sono incontri che cambiano la vita e danno nuove motivazioni alla nostra esistenza. Oggi la tecnologia ci consente di trasmettere informazioni ma non di dialogare realmente, così condividiamo con sempre maggiore difficoltà i nostri progetti, le nostre emozioni, le nostre ansie. Chiusi nel nostro individualismo finiamo per non conoscere realmente l’altro.

Il paese, invece, con i suoi luoghi di incontro costituisce un modello di vita alternativo a quello delle grandi aree metropolitane ove si è soli tra una moltitudine di persone che corrono senza più riuscire a parlarsi. Il silenzio e l’armonia dei piccoli centri trasmette emozioni che il rumore assordante delle grandi città non consente più di percepire, dà la possibilità di riflettere e di dialogare con l’altro creando così autentici rapporti di amicizia e valori condivisi. Ci si sente parte di una comunità, orgogliosi delle sue specifiche tradizioni, dei suoi luoghi e delle sue regole.

L’errore della modernità è stato quello di svuotare le condotte umane di ogni contenuto etico e di affidare  alle sole norme giuridiche il compito di indicarne il  limite. E questo vuoto  genera insicurezza ed indifferenza se non per quello che succede nel nostro giardino.

Per millenni l’uomo che costruiva  città e villaggi cercava di difendersi dalla natura e non ne intaccava le  forze generatrici, mentre oggi afferma Jonas, “la tecnica ha introdotto azioni, oggetti e conseguenze di dimensioni così nuove che l’ambito dell’etica tradizionale non è più in grado di abbracciare”. Abbiamo utilizzato la potenza della tecnologia in modo non sempre responsabile così distruggendo l’ambiente ed impedendo che venisse preservato per le future generazioni. Tutto ciò implica un’ampliarsi della sfera della responsabilità che si traduce in un imperativo etico: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”. Potere che si traduce in un “dover fare” del soggetto chiamato ad avere cura, oltre che di se stesso, anche degli altri per creare prospettive per il futuro; ed è questa la responsabilità del politico, dello scienziato ma anche di tutti noi ad interessarsi del bene comune. Non lasciamo ai nostri figli un mondo peggiore di quello che ci è stato affidato dai nostri padri.

E’ importante, per  questo, che ogni paese trovi la propria vocazione verso il futuro in una serie di progetti credibili che sappiano valorizzare le inestimabili risorse del territorio dall’artigianato al commercio, dal settore agricolo a quello industriale e dei servizi. Perché senza uno sviluppo economico questi territori non avranno un futuro.

Uno sviluppo, però, che non deturpi irrimediabilmente questi bellissimi luoghi che dobbiamo tutelare adeguatamente. Quando visito gli oltre ottanta castelli e le tantissime chiese presenti solo in Irpinia,  i paesini arroccati sulle alture, un senso di armonia e di serenità mi pervade. E’ proprio vero quanto afferma uno dei protagonisti dell’Idiota di Dostoevskij: “ solo la bellezza ci salverà“.     E’ giunto il momento che gli uomini di queste terre, molti ormai sparsi per il mondo, riannodino gli antichi legami e si facciano carico dello sviluppo socio-economico dei centri appenninici, consentendo così alle aree interne di riconquistare la centralità perduta.

Ritornate nella verde Irpinia!. Da noi ci sono ancora le lucciole.

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Intervento al Convegno “Quale futuro per i Piccoli Paesi”, tenuto a Cairano 7x il 29 luglio 2011

Antonio Guerriero è Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi (Irpinia)

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6 Risposte

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  1. Ah. Pasolini my favorite poet & lucciole those lights for the soul…together again.

    Angela Paolantonio

    1 agosto 2011 at 10:06

  2. Oggi la tecnologia ci consente di trasmettere informazioni ma non di dialogare realmente, così condividiamo con sempre maggiore difficoltà i nostri progetti, le nostre emozioni, le nostre ansie.
    Chiusi nel nostro individualismo finiamo per non conoscere realmente l’altro.

    iside

    1 agosto 2011 at 09:41

  3. “Sono orgoglioso di essere cresciuto in un paese all’ombra dell’Appennino ed i miei migliori amici sono quelli dell’infanzia e mi hanno insegnato che è necessario ascoltare per capire, capire per amare. Voglio che i miei figli e le successive generazioni possano continuare a raccontare una storia meravigliosa: la storia della nostra gente. “La vita, amico mio è l’arte dell’incontro” afferma Vinicius de Moraes. L’incontro con l’altro è fondamentale per la vita di ogni uomo, così come l’arte dell’ascolto dell’altro. Ci sono incontri che cambiano la vita e danno nuove motivazioni alla nostra esistenza. Oggi la tecnologia ci consente di trasmettere informazioni ma non di dialogare realmente, così condividiamo con sempre maggiore difficoltà i nostri progetti, le nostre emozioni, le nostre ansie. Chiusi nel nostro individualismo finiamo per non conoscere realmente l’altro.”

    Ho letto con grandissima attenzione l’intervento e mi sono sentito rappresentato pienamente. Collima in tutto col mio pensiero. Ho voluto aprire questa mia partecipazione riportando una parte fondamentale dell’intervento che ritengo sia il fulcro dell’intera esposizione.

    Ho apprezzato ogni passaggio e in particolare “è necessario ascoltare per capire” e “L’incontro con l’altro è fondamentale per la vita di ogni uomo, così come l’arte dell’ascolto dell’altro.”

    Si parla di “arte dell’ascolto”, non di ascolto, semplicemente, già difficile come aspetto generico. E si espone un mondo complesso, nella semplicità totale, di chi ha voglia di aprire il dialogo con la gente. E la gente è l’espressione variegata delle mille sfaccettature che vanno dal mondo contadino, artigiano e commerciale, fino al professionale con altissimo livello di scolarizzazione e cultura.
    In questo caso il Signor Guerriero ha esposto, con estrema semplicità, il suo pensiero verso i suoi conterranei e il mondo intero. Non accade quasi mai, di imbattersi in letture o interventi pubblici con questa essenzialità e semplicità.

    “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”.
    Questo imperativo citato dal Procuratore credo sia meglio assimilarlo a un augurio. Purtroppo, sempre più spesso, le parole di molte persone non corrispondono con i fatti e le azioni.

    In fine, come uomo di queste terre, essendo nato in un piccolo paese, mantengo inalterate le sensazioni di quella vita, pur vivendo altrove, e avendo acquisito altre conoscenze, partecipo a questa nuova esperienza, sperando che il principale assunto esposto dal Procuratore sia condiviso: “L’incontro con l’altro è fondamentale per la vita di ogni uomo, così come l’arte dell’ascolto dell’altro.”

    Molto belle le lucciole.

    Nota: I punti tra virgolette sono ripresi dall’esposizione al convegno.

    Mario Santoro

    30 luglio 2011 at 21:06

  4. Sono ancora in ferie, mi trovo a Rjo e torno per la fine di agosto, ma non posso esimermi dal fare gli auguri più sinceri e fraterni all’amico Angelo affinché il nuovo blog possa essere un punto di riferimento per tutti dove l’amore soprattutto per la propria terra, non per il proprio “io”, misto all’amore per gli altri, in quanto nella dimensione universale dell’Uomo l’altro sei tu, possa finalmente fare nascere un gruppo che sappia distinguersi in una condotta condivisa che è il patrimonio storico, artistico e naturalistico della nostra Irpinia. Penso che per i primi di settembre certamente Angelo organizzerà qualcosa che possa farci incontrare per tracciare finalmente una strada che possa essere di esempio per tanti in un momento in cui ogni valore, principio, ideale vacilla irrimediabilmente. E’ bello combattere per qualcosa di bello, la vittoria spesso un’utopia. ma noi non dobbiamo arrenderci, pur sapendo di combattere contro un mondo che sembra avere posto come traguardo la propria disgregazione. saluti a tutti.
    Domenico Cambria

    domenico cambria

    30 luglio 2011 at 15:15

  5. Un intervento molto profondo, a tratti intellettuale, e soprattutto pregno di grandi significati. E’ strano sentire questi discorsi da figure istituzionali. Un Procuratore della Repubblica che non si attiene ad indici e indicatori statitici demografici, economici, sociali, bensì fa riferimento ad un “indice” pasoliniano, del tutto naturale e intellettuale. E’ qui che si denota l’attaccamento alle radici “paesane”. Complimenti!

    francesco cataldo

    30 luglio 2011 at 10:05

  6. intervento che denota competenza, passione ed amore per una terra da troppi vituperata. Meno male che c’è ancora chi riesce con forza a lanciare dei messaggi di speranza. Complimenti.

    giovanni ventre

    30 luglio 2011 at 09:10


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