piccoli paesi

terre, paesaggi, piccoli paesi / il blog dei borghi dell'Appennino

La cultura in Irpinia, dall’autismo alla coralità delle case editrici

di  PAOLO SAGGESE _ _ _

Devo confessare che inizio a sopportare con un certo fastidio le varie doglianze di intellettuali piccoli o grandi, pseudo o tali, che considerano la provincia una iattura, un luogo da abbondare a tutti i costi e quanto prima, perché non si sarebbe compresi, perché la piccola patria ingrata dimostrerebbe ristrettezze di visuale e di analisi, perché sarebbe chiusa nei suoi confini ideali e intellettuali angusti.

Questi sono i mali di ogni provincia, dunque inevitabilmente anche della nostra, ma le pretese di non essere “profeta in patria” o di voler fuggire alla ricerca di allori altrove mi lasciano indifferente, perché compito dell’intellettuale, come di chiunque viva in un luogo, qualunque sia il mestiere o la professione o l’attività, dovrebbe essere quello del servizio per gli altri e non dell’uso a proprio esclusivo interesse. Insomma, Molti si aspettano riconoscimenti, ma al contempo disprezzano quella terra da cui pretendono gli allori! Molti dicono di battersi per l’Irpinia, ma per i suoi abitanti dimostrano indifferenza se non ostilità!

Credo che dobbiamo veicolare un modo diverso di fare cultura, appunto, di fare cultura per il territorio, non per se stessi. Con il tempo, in tal modo, i riconoscimenti verranno e saranno anche importanti. Sentirsi geni incompresi disprezzando il luogo in cui si è nati e si vive, diventa invece pericoloso e inaccettabile.

La militanza significa, dunque, servizio, e la cultura militante è servizio. Gli intellettuali, in modo gratuito, dovrebbero mettere se stessi al servizio della terra in cui vivono, con passione, entusiasmo, senza aspettare nulla se non i risultati del loro lavoro: questa dovrebbe essere la vera gratificazione!

Così, questi intellettuali dovrebbero sostenere direttamente o indirettamente le case editrici locali (notevole in tal senso è l’iniziativa promossa a Lioni da Antonio Pica e dall’Associazione “Fateci respirare”), che sono un bene e un patrimonio, che rendono tangibile i prodotti culturali, più o meno di qualità, s’intende, del nostro territorio. Voglio dire che se le case editrici irpine dovessero chiudere i battenti, saremmo tutti più poveri, allora tutti si dorrebbero e ne auspicherebbero la rinascita. Penso a giovani editori come Silvio Sallicandro e Donatella De Bartolomeis, a Giovanna Scuderi, ad un decano come Elio Sellino, a Carmine De Angelis, a Fortunato Iannaccone e Arturo Bascetta, ai tipi di “Perversi” e così via. Tra qualche anno, si potrà cogliere la ricchezza ed eterogeneità di questa produzione e ammettere che era giusta conservarla e valorizzarla.

Gli intellettuali dovrebbero sostenere queste case editrici, ma dovrebbero farlo anche i lettori, invece di seguire le mode della “letteratura di plastica” in vendita su internet e sui quotidiani nazionali, spesso omologata e di maniera. Dovrebbero farlo le istituzioni e gli enti locali, non tanto acquistando copie quanto sostenendo le operazioni culturali di qualità.

Dovrebbero farlo, e veniamo ad un altro tasto dolente, le istituzioni scolastiche, ancora ferme ad una tipologia di scuola obsoleta e anteriore al Regolamento sull’autonomia del 1999!

Già lo fanno, occorre dirlo, i quotidiani locali, che tuttavia giocano in solitudine questa battaglia.

Dovrebbero farlo le Associazioni, come la citata “Fateci respirare”, come lo stanno facendo l’Associazione “P. S. Mancini” di don Michele Cogliani e Salvatore Salvatore, oppure l’Università Popolare dell’Irpinia presieduta da Michele Ciasullo, o ancora l’Università della Terza Età di Francesco Di Grezia, i giovani del Presidio del Libro di Avellino, il Premio Prata di Antonietta Gnerre, l’UNPLI diretta da Pietro Guiglielmo, Michele Miscia e Giuseppe Matrominico.

D’altra parte, in un’epoca in cui si sta superando la civiltà del libro, che ha dominato la storia della nostra cultura per ventiquattro secoli (dall’Atene del V secolo ad oggi), per arrivare ad altre forme di scrittura e di produzione culturale e letteraria, sostenere case editrici di nicchia significa evitare che il mondo si omologhi sempre di più.

Bisognerebbe, insomma, fare un elenco dei libri, distinguendo quelli, che assolutamente non si dovrebbero comprare (editi dalle case editrici più importanti e scritti da attori che fingono di essere scrittori e intellettuali, o da attori, calciatori, politici e criminali, che diventano all’improvviso scrittori), quelli che si dovrebbero comprare perché sicuramente degni di essere letti (prendendo a man bassa dalla grande letteratura e intellettualità mondiali), quelli che si dovrebbero comprare per sostenere una provincia che non vuole essere alla deriva, che vuole essere ancorata alla cultura del suo tempo.

Insomma, come si compra “Ottopagine” e “la Repubblica”, oppure un qualsiasi altro quotidiano nazionale e locale per essere informati su ciò che accade nel mondo e in Irpinia, si dovrebbe allo stesso modo acquistare e promuovere l’editoria e gli scrittori di qualità nazionali o irpini indifferentemente, senza guardare al blasone dell’editore: ci sono pessimi libri editi dai tipi di Mondadori e buoni libri editi da una “Casa” locale, come ci possono essere pessimi articoli apparsi su un quotidiano nazionale e buoni sulle colonne di un giornale locale. Mi rendo conto che sto dicendo una verità lapalissiana, e tuttavia spesso la dimentichiamo!

Bisognerebbe, certo, avere l’umiltà, che è quella di liberarsi innanzitutto da pregiudizi, e iniziare la lettura senza pensare che il libro che è della casa editrice X di Milano, sia di buon livello, e che invece il libro della casa editrice irpina Y sia necessariamente di pessimo livello. Dopo la lettura, si potrà etichettare questo libro come provinciale, oppure come “irpino”. Nel primo caso, si intenderà un libro di respiro corto, poco interessante, che non farà strada e meriterebbe neanche un lettore; nel secondo caso, avremmo un libro irpino, ovvero un prodotto d.o.c. (come un vino), la cui provenienza è ben riconoscibile, ma può essere “bevuto” (pardon, letto) ad Avellino come a Torino!

Come siamo prevenuti in positivo di fronte ad una bella cucina di prodotti tipici di qualche agriturismo locale e disprezziamo i panini delle grandi catene oppure i vini nel cartone, allo stesso modo decidiamo oggi di scegliere un libro “genuino”, forse un po’ aspro, alla patina e alla nobiltà dell’intellettuale in voga, che appare ogni giorno sui canali nazionali: questi non propone spesso un prodotto culturale, ma semplicemente un “prodotto”, l’intellettuale locale propone un formaggio di nicchia come il Carmasciano oppure il “Caciocavallo impiccato”, che tutti ci invidiano! Andate alla ricerca di prodotti d.o.c. tanto nell’editoria nazionale che in quella locale, divenite cercatori di primizie, prima o poi ne troverete qualcuna persino tra queste montagne.

E così, gli intellettuali, che lamentano di “urlare nel deserto”, dopo essersi liberati della loro permalosità infantile, potrebbero anche sfogliare qualche libro locale e decidere di sostenerlo, perché in quel libro c’è talvolta lo stesso amore, la stessa rabbia, la stessa speranza, che tutti noi dovremmo nutrire, oggi, domani, sempre.

_testo pubblicato su ottopagine 7.8.2011

14 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. Non alludo a nessuno in particolare.
    Dico soltanto che la funzione degli intellettuali, come di chiunque, non debba essere finalizzata ai riconoscimenti, ma debba trovare esclusivamente ragione nelle idee e nelle azioni.
    Insomma, se io voglio operare per il bene comune e per l’Irpinia, non devo chiedere a gran voce di essere ammirato e celebrato.
    Chiunque lo fa, sbaglia.
    Dunque il mio discorso non si rivolge a nessuno in particolare, ma a tutti coloro che commettono questo eorre. Che poi ci possa essere invidia e ostilità, anche questo deve essere messo in conto, ma qualsiasi comportamento critico o di indifferenza non giustifica atteggiamenti che a me sembrano narcisisti.
    L’intellettuale deve trovare esclusiva ragione al proprio operare nella convinzione di essere dalla parte giusta e nella convinzione, che persino le proprie scelte ideali possano andare contro i propri interessi.
    Successo o riconoscenza sono importanti, ma del tutto secondari rispetto alla battaglia ideale e al bene comune.
    Penso a De Sanctis in carcere, penso a Gramsci.

    Paolo Saggese

    23 agosto 2011 at 12:19

  2. scusa paolo, nella tua reprimenda sugli intellettuali alludi per caso a franco arminio?

    sergiog gioia

    17 agosto 2011 at 14:52

  3. A proposito di quanto scrive Mario Santoro, nell’articolo dico essattamente le sue stesse cose ma da un’ottica opposta: non chiudiamoci nella provincia (non l’ho mai pensato), ma non voltiamo le spalle alla provincia (molti pensano che soltanto ciò che fanno loro non sia provinciale, oppure soltanto ciò che non è fatto in provincia sia importante, il resto sia trascurabile).
    Nell’articolo io dico: scegliamo qualsiasi tipo di libro nazionale o locale che sia, l’importante è che non si pecchi di pregiudizio nei confronti della cultura prodotto in loco, ma non per questo necessariamente locale.
    Con stima

    Paolo Saggese

    14 agosto 2011 at 12:58

  4. Commento rimosso su richiesta dell’autore dello stesso.

    domenico cambria

    12 agosto 2011 at 06:11

    • Ovviamente rimuovo volentieri anche il mio commento che era replica a quanto rimosso precedentemente.
      Chiudo citando un nostro conterraneo, Francesco De Sanctis:
      “Quando i tempi nuovi compariscono in un lontano orizzonte, la prima forma che li preannunzia, è l’ironia.
      Che cos’è l’ironia? È il sentimento della realtà, che si mette dirimpetto quel mondo già tanto venerato, e ride. (Francesco De Sanctis)
      Così desidero finisca ogni disputa.

      enzlu

      12 agosto 2011 at 11:39

  5. Ho l’impressione che ci sia un nesso tra il vecchio blog denominato “Comunità provvisoria” e questo nuovo che sembra non volere continuità con nessuno, né volere contrapporsi. È una nuova creazione con una sua anima e personalità. Ma in Saggese trovo, già dal titolo, termini equivalenti ed espressioni che , in qualche modo, hanno contaminato gli animi e i frequentatori dell’altro blog. Le considerazioni esposte possono essere in parte condivise, ma credo che si debbano abbandonare i campanili ed ampliare angoli visivi ed aperture mentali. Da molti anni propongo visioni ampie che partano, per esempio dall’ambito locale, come la ex comunità montana Alta Irpinia, iniziando ad abbandonare il concetto ristretto di ogni singolo paese, per allargare i confini, molto oltre.

    Un breve cenno va agli aspetti descrittivi dei contenuti di ogni singolo autore del blog, e nello specifico, basterebbe iniziare a scrivere concetti comprensibili a tutti, compresi noi, irpini residenti oltre confine. Chi, come me, da ragazzino, vive da moltissimi anni altrove, spesso trova incomprensibili citazioni locali e particolari che sono acquisite dagli stessi residenti abituali, nell’età adulta. Si magnifica la rete e non si comprende che la lontananza avvicinata o annullata dalla rete stessa non costituisce conoscenza delle specificità locali.

    Per quanto riguarda editori e scrittori, vedo bene il locale, ma ripeto il concetto del campanile non pagante. È necessario tutelare l’economia locale, ma serve ampliare gli ambiti, com’è necessario espandere le menti, abbandonando schematismi e vetrificazioni, certezze e sicumere, mantenendo sicurezze e plasmabilità e voglia di continuare ad apprendere sempre e da tutti. Le chiacchierate estive con le persone anziane in piazza mi hanno sempre arricchito e stupefatto. Mi ripetevo con meraviglia, come fosse possibile esprimere concetti profondi e vitali con un glossario di poche centinaia di parole, ma avveniva e continua ad avvenire; ora, sempre meno, man mano che gli anziani ci abbandonano.
    Per quanto riguarda gli altri contenuti, l’intellettuale è tale se riconosciuto dagli altri, così come le opere d’arte. L’ermetismo è “arte” personalissima. Un’opera d’arte non ha bisogno di mediazioni per essere interpretata, proprio come qualsiasi altra opera dell’ingegno. Comunque, non deve piacere a tutti pur essendo un’opera d’arte. E visto che si è parlato anche di vini, non è detto che un buon vino piaccia a tutti e che meriti titoli di citazioni particolari, per il solo fatto di avere acquisito denominazioni di specificità.

    E in fine, alcune piccole considerazioni:
    “in Italia, il 50% della popolazione scrive e l’altro 50% non legge”;
    “le parole, spesso, non corrispondono né ai fatti, né ai reali comportamenti enunciati o descritti”.

    Dovrebbero essere automatiche le riflessioni sulle due considerazioni, e ognuno di noi, uscendo dal proprio “IO”, dovrebbe analizzare i propri comportamenti , iniziando dal rispetto verso gli altri, al senso civico e democratico, dalla superficialità verso certuni, all’ossequio e sottomissione verso altri, di solito subendo l’influenza della ricchezza o delle posizioni di comando.
    Rispetto al primo punto, quanti autori scrivono con la certezza che gli altri leggano, senza mai leggere nulla degli altri scrittori, ma lamentando solo la mancata lettura dei propri scritti?

    Personalmente, non essendo un buon lettore, preferendo la trasmissione verbale a quella scritta, posso portare il mio punto di vista che è identico per i due aspetti: scrittori e oratori. Partecipo spesso ad assemblee e dibattiti e assisto agli stessi atteggiamenti degli scrittori. Oratori che proferiscono sproloqui interminabili, credendo di essere ascoltati, e al momento del dibattito, si assentano.

    L’autocompiacimento è il fondamento vitale di tutti, basta solo comprendere quello altrui.

    L’Irpinia è lontana e vicina, è in ognuno di noi, ma ha pagato e continua a scontare il prezzo delle rendite di posizioni dei personalismi spietati di molti personaggi che hanno scelto di vivere, continuamente, sul piedistallo.

    Mi scusi Saggese, forse mi sono dilungato, ma spero che voglia e possa leggermi insieme ad altri, per comprendere il punto di vista di un interlocutore che ha dato e fatto molto per il suo paese e quelli limitrofi, con passione ed entusiasmo, quasi in completo anonimato, ma sono fiero e lieto.

    Mario Santoro

    11 agosto 2011 at 22:12

  6. Cari amici,
    grazie per le riflessioni e per i complimenti.
    Ovviamente, l’articolo è una sintesi estrema, ma ci tengo a chiarire che non difendo a spada tratta la cultura locale perché tale, ma piuttosto volevo sottolineare il provincialismo di chi apprezza un libro per il semplice fatto che sia stato edito altrove.
    Molti autori locali non pubblicano per case editrici irpine proprio perché in tal modo vogliono mostrare una loro “superiorità”. Volevo soltanto chiarire che “anche” GLI EDITORI LOCALI PUBBLICANO LIBRI DI QUALITA’.
    Inoltre, volevo sottolineare che il vero “intellettuale” (si può usare anche un altro termine se non piace), è colui che opera per il bene comune senza aspettarsi premi e senza l’esigenza di sentirsi ovazioni e acclamazioni.
    Se l’intellettuale vive per il conseguimento di una gloria effimera, contraddice tutta la sua azione, la sua testimonianza, le ragioni della sua “tensione” e della sua testimonianza ideale.
    Paolo Saggese – Homo meridionalis

    Paolo Saggese

    11 agosto 2011 at 19:50

  7. abbasso gli “intellettuali”
    viva la poesia

    luciano

    11 agosto 2011 at 18:20

  8. I problemi legati all’editoria sono da inserire in un quadro molto ampio e che riguarda il cambiamento della società moderna dove ciò che conta è il consumo e quindi il profitto.
    Le case editrici non sfuggono a questa logica perché comunque per continuare a lavorare i soldi devono entrare da qualche parte, per cui spesso si pubblicano libri che si pensa possano interessare il grande pubblico. E’ la legge del mercato. Però, io penso, una casa editrice non vende scarpe, vende cultura perciò accanto a titoli di letteratura di intrattenimento dovrebbe sempre prendersi l’onere di pubblicare e divulgare opere di qualità. E’ chiaro che una casa editrice grossa ha problemi diversi da una casa editrice piccola, ed è altrettanto chiaro che pubblicare con una casa editrice piccola non si ha la stessa visibilità che si avrebbe con una casa editrice grande. Il grosso problema è la distribuzione, la permanenza di un libro negli scaffali delle librerie, è chiaro che un libraio preferisce tenere libri editi da Mondadori o da Feltrinelli perché la vendita è assicurata.
    E anche il libraio deve vivere. Con questo ultimo vale lo stesso discorso di prima: non vende scarpe perciò dovrebbe riservare un’area per quelle opere “di qualità”.
    Ma su questa parola “di qualità” sorge il dubbio: con quali metodi si stabilisce che un’opera è di qualità? Se compro un vino posso dire: è doc, dop, ha queste qualità organolettiche ecc. ecc. ma un libro?
    Una volta la pubblicazione in sé era il distintivo di qualità, oggi pubblicano tutto e tutti, e capisco il lettore che si trova sommerso da migliaia di titoli nuovi ogni giorno così “va sul sicuro” e compra il libro della casa editrice grossa e l’autore già affermato. Perché dargli torto visto il costo dei libri? Anche se pure al lettore direi: “sforzati ogni tanto e scegli qualcosa che non ha scelto qualcun altro per te, cerca tra gli sconosciuti qualche volta potresti avere delle piacevoli sorprese”.
    Però qualcosa si deve pur fare per cercare di cambiare e portare gli editori irpini alla fiera mi sembra un’ottima cosa, come anche il fare delle presentazioni all’interno della fiera stessa. Io porterei anche libri di altri piccoli editori senza guardare la loro provenienza. Certo è una piccola cosa, però il cambiamento avviene sempre per piccoli passi. Importante è cominciare a muoversi. Ciao Lucia

    lucia

    11 agosto 2011 at 15:13

  9. Paolo Saggese è persona capace che tra l’altro sta portando avanti un lavoro, quello sulla storia della letteratura e poesia irpina del novecento encomiabile e al quale i posteri daranno giusto valore e riconoscimento, perchè è in costruzione un pezzo di storia. Gli autori locali vanno sostenuti, ma credo soprattutto nella capacità (che generalizzando non è certo rintracciabile nelle genti d’Irpinia) di promuoverli nella rete, nei circuiti che si frequentano, nelle discussioni, insomma imparando a dire bravo, bene, che cosa interessante ha prodotto o realizzato quell’artista o quell’autore o quel gruppo. Credo che superare questa chimera si già una rivoluzione. Ma la storia recente, anche partendo dalla diaspora della comunità provvisoria, dimostra esattamente il contrario,e cioè come anche belle intelligenze dell’Irpinia, non abbiano fatto altro che seguire e perpetuare schemi noti di separazione e centralismo culturale (mettendo insieme la visione democristiana con quella comunista , in un mix micidiale), e quindi evidenziando un fallimento collettivo, l’ennesimo.
    Inoltre, credo che le riflessioni di Marika Borrelli, anche lei dotata di una capacità di scrittura e di racconto non comuni, centrino un focus, per così dire.
    E’ davvero miope se non cieco, ostinarsi ad affermare che è necessario dare spazio solo agli artisti locali: si cresce soltanto confrontandosi con le esperienze intellettuali, artistiche, musicali, poetiche dell’Italia e del mondo.

    luca b

    11 agosto 2011 at 08:43

  10. Apprezzo Paolo, come critico e scrittore. Ho letto attentamente il suo sfogo. Ovviamente, ha ragione. Eppure, con buona pace dei principi che espone, chi scrive ha affidato la sua ‘opera prima’ ad un editore capitolino. Uscirà, nelle librerie ad ottobre.
    Ho riflettuto molto sulla scelta dell’editore. Conosco personalmente (e stimo molto) Donatella, per esempio, e riconosco il coraggio di alcune case editrici irpine nel continuare la loro missione (posso chiamarla così?).
    Eppure, sarà per l’argomento di cui mi sono occupata nel libro (i social media), sarà che ho visto e annotato la spocchia di qualche autore locale che pensa di aver scritto capolavori incompresi, ovvero ha solo soddisfatto il suo narcisismo pubblicando qualcosa purchè sia, alla fine ho pensato che solo buttandomi nella più grande (e feroce) mischia nazionale avrei capito se il mio progetto aveva più di qualche traccia di intelligibilità, più che di mero successo.
    Tra l’altro, collaborando per una grande casa editrice milanese in qualità di lettore-critico di manoscritti (soprattutto in lingue straniere), mi rendo conto che le velleità di scrittore sono potentissime e da costoro vengono proposte vere e proprie oscenità letterarie. Ma tant’è.
    Chi scrive, alla fine dei sogni adolescenziali e giovanili, è rimasta in Irpinia. Soffrendo, certo. Mi aiutano le trasferte che periodicamente compio nelle altre Italie per riguardare la nostra terra (eppure non sono irpina DOC) con altri occhi e ritrovarmi. E forse salvarmi.
    Il confronto mi aiuta molto nel mantenere un equilibrio e frenare le doglianze. Ed in ogni caso, c’è sempre un treno che ogni tanto mi prende come profilassi alla depressione!

    Paolo indica una via: la perseveranza. D’accordo, ma a volte noi ‘locali’ non abbiamo il coraggio di dire al nostro scrittore ‘locale’ che la sua perseverante opera è illeggibile e che forse sia meglio lasciare in pace la pazienza dei lettori. Ecco perchè ‘fuori patria’ talvolta può essere salutare, e se il prodotto fa veramente pena, non c’è editor che lo possa salvare, nonostante oggigiorno gli editor siano la vera spina dorsale di una buona casa editrice.
    Mi occupo di comunicazione da vent’anni, ormai. Ho perso la speranza di ‘educare’ alla misurazione di sè stessi gli aspiranti scrittori ed ho sperato che, invece, insegnare a leggere sia il migliore antidoto contro la mediocrità letteraria, in entrata ed in uscita. Ma sta di fatto che leggere e confrontare le letture è operazione che spaventa il pigro lettore italico. Specialmente nella cosiddetta provincia. Certo, c’è la letteratura di plastica, come dice Paolo, ma quella è per lo più merchandising attorno ad un nome, più che marketing editoriale, e questa pratica stronca qualunque buon lavoro proposto.
    Fare un indice, come ancora consiglia Paolo, può essere pericoloso. Basterebbero i fondamentali della sintassi e della comunicazione a far desistere dalla scrittura e dalla lettura dei libri inutili.
    Non c’è una regola, neanche la perseveranza, se manca critica e autocritica.
    Sono convinta che più che l’editoria locale, sia il giornalismo locale quello che ha più speranze di sopravvivere al cambiamento di fruizione dell’informazione, magari assumendo anche un onere pedagogico verso il territorio, e spero che i nostri quotidiani locali (anche io sono affezionata ad Ottopagine!) sappiano percorrere nuove strade, anche se i conti di bilancio frenano quasi sempre i cambiamenti.

    Marika Borrelli

  11. Complimenti a Saggese per questo articolo “chiaro” di una persona che stimo e molto attiva sul territorio e per il territorio.
    Propongo, per il mese di ottobre, un incontro provinciale in cui continuare il discorso avviato in questo articolo con una vetrina del libro “irpino” con la presenza di tutte le case editrici e di tutti gli intellettuali “propositivi”.
    Mi faccio portavoce e promotore, se può far piacere, di questa iniziativa.
    La sede potrebbe essere la Fiera di Calitri, oggi giunta al 30° anno, come occasione di rilancio della stessa e di un’apertura tutta Irpina, o in alternativa uno dei tanti castelli Irpini.
    Invito chiunque sia d’accordo, o ritenga fattibile tale iniziativa, a prendere contatti con il sottoscritto, anche per altre idee, suggerimenti ed iniziative.
    Grazie

    Agostino Della Gatta
    info@irpiniaturismo.it
    http://www.irpiniaturismo.it

    Irpinia Turismo

    11 agosto 2011 at 07:17

    • Caro Agostino, mi permetto di evidenziare che , forse, è un pò ridondante sottolineare la necessità della “chiamata alle armi” degli intellettuali “propositivi”. Cosa vuol dire ? Gli intellettuali pensano e scrivono e riflettono, poi si può essere più o meno militanti. Una delle esperienze culturali più significative sorte in Irpinia, ma con eco importante in tutta Italia, ha ruotato anche e soprattutto intorno e dentro una militanza: l’attaccamento al paesaggio ed all’Irpinia, la battaglia per il Formicoso contro le discariche, l’azione per l’Avellino_Rocchetta contro la insipienza politica, l’idea folgorante di 7x che d’un tratto ripopolava un paese riportandolo alla popolazione di venti anni fa, il realizzare mostre di arte e cultura nei contenitori vuoti dei più lontani paesi dell’entroterra, invitare e lavorare in Irpina con personaggi di grande rilevanza mondiale, su ipotesi di futuro per niente scontate. Insomma la propositività non mi pare sia mancata, anzi troppa ha soffocato una esperienza importante.

      luca b

      11 agosto 2011 at 13:24

      • Luca, non è nessuna chiamata alle armi ne tantomeno un’accusa, ma il lancio di un’idea con un semplice invito a chi ha voglia di fare, di promuovere, di collaborare.
        Io non faccio battaglie, porto avanti qualche mio pensiero e qualche progetto che ritengo possa avere una sua validità, come ben sai.
        Nello specifico, visto lo spunto che mi ha dato l’articolo di Saggese, ho pensato ad una possibile attività comune sul territorio provinciale dedicata ad una specifica ed importante attività Irpina (che però si è mossa e si continua a muovere per piccoli segmenti molto spesso isolati tra di loro, credo) senza la necessità di doversi collegare per forza a battaglie o ad altre iniziative pregresse o future. Se un’iniziativa è fattibile e c’è volontà di condivisione e/o partecipazione ritengo utile portarla avanti. Va senza dire che una nuova attività può ben divenire un ulteriore veicolo o tassello in una realtà più ampia per un fine comune: la valorizzazione della nostra terra.
        L’invito agli intellettuali “propositivi” è per l’organizzazione dell’evento; evento stesso che poi dovrebbe essere necessariamente aperto a tutti, intellettuali e non, e magari con l’augurio e/o la possibilità che tale iniziativa possa servire ad una maggiore conoscenza ed un maggiore scambio sul territorio nazionale; insomma una Fiera del Libro che si propone “dal basso”, ma partendo a piccoli passi.
        Negli ultimi tempi ho conosciuto anche tanti giovani intellettuali, veramente bravi e preparati, ma che difficilmente trovano spazio per proporsi; questa potrebbe essere un’occasione, magari coinvolgendo anche (come giustamente suggerisce Marika) i quotidiani provinciali e quanti scrivono e pubblicano in Irpinia (riviste, giornali locali, edizioni di privati e/o associazioni, e quant’altro esistente).
        Agostino

        Irpinia Turismo

        11 agosto 2011 at 14:47


I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: