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terre, paesaggi, piccoli paesi / il blog dei borghi dell'Appennino

Guardia, un pezzo del mio cuore


– di Emanuela Sica – Posto qui un monologo tratto dal mio ultimo libro: Anatomia di Anime. E’ l’intimo sentire di un emigrante (in questo caso Guardiese) che lascia la propria terra natia. Questo pezzo è dedicato a tutti migranti, sia del passato che dei nostri giorni. La tristezza dell’abbandono della propria terra non ha confini, nè un colore, nè una lingua: è universale come universale è l’amore per le proprie radici. Buona lettura.

Monologo di un emigrante guardiese

“Sono partito da quella casa, un cesello, nel margine più remoto della montagna, da quei boschi di castagni, da quell’aria che ricamava profumi e sensazioni indescrivibili sulle mie gote da bambino. Partito con la luce tremula dei primi lampioni che si spengono ai primi rintocchi dell’alba, salutata dall’orologio del campanile. L’ultimo sguardo rivolto all’alloro, di bronzo scolpito, custodito nelle mani dell’angelo più alto della piazza mentre, ancora nelle orecchie, risuonava l’eco delle voci e degli odori del mercato domenicale. Ho viaggiato per giorni, custodendo, nel pugno della mano, solo pochi frammenti della mia terra.

L’oceano in tempesta ha tranciato il legame del ritorno, ma in esso è rimasto, quasi come un pezzo di carbone ardente, sempre sollecito allo smottamento della cenere, il desiderio del piede che calca e riscopre di nuovo la terra natia, emigrare e sognare ardentemente il ritorno. I miei occhi, pennelli che dipingono un paesaggio senza guardare verso l’obiettivo, pur continuando a perdersi nelle onde del mare più nero, hanno ricreato le facce di pietra scolpita, i sacchi di grani ammassati sotto l’arco fatto di pietra e travi di quercia, le mele renette ordinate sulle tavole polverose della dispensa, il fumo che si liberava dalla crepa al lato della furnacella, il pane caldo appena sfornato, il volto di mia nonna che raccontava la sua infanzia nelle ore che volgevano all’imbrunire, le braccia sudate che accompagnavano l’inizio del raccolto, i piedi scalzi e freddi, da riscaldare davanti al fuoco della sera, nelle notti più gelide dei lunghi inverni trascorsi ad ascoltare le storie di ianare e lupnari. Poi, le mie gambe hanno sentito la fatica, quella delle discese veloci per i vicoli, lungo le strade che portavano alla Giaggia. E lì, come alla ricerca di compagni nascosti, in quelle pietre, in quei portali di vite perdute e mai più ritrovate, come in attesa di poveri fantasmi, magari celati, assonnati, quasi addormentati, ho ripercorso la storia di gente ormai lontana, la mia gente. Persone che si sono ricongiunte alla terra, quasi a riprendere possesso della propria ricerca di pace; persone che hanno baciato i propri figli nei letti del sonno e non sono tornati per cena; persone hanno oziato, quasi come armenti dimenticati lungo le strade, senza mai disdegnare la critica al passante distratto; persone che hanno lavorato giorno e notte senza trovare ricambio alle proprie fatiche, che hanno portato San Gaetano in processione o migrate ai Manganelli per la festa della Madonna; persone che sono ritornate dal Tonzone con le ceste cariche di panni lavati. Passato e presente che si fondono, quasi a non voler lasciare spazio al riverbero dei primi raggi del sole d’agosto. Unità nascosta, come a voler perdersi in quelle pietre, per sempre ed ecco: monaci rintanati dentro le mura cadute della vecchia chiesetta di San Leone, nobili assiepati dietro la figura di uno stemma smussato, suore che cantano ed innalzano rosari profumati di incenso, lungo la via che porta al convento, pie donne che risalgono, con passo discreto, le scalinate della Chiesa Madre, pastori che si riposano, in viaggio per la transumanza, e trovano ristoro lungo le vie ombreggiate delle Taverne. E fin dove sono arrivato, ho scorto il pensiero di una terra antica stretta, quasi agonizzante, in un pugno di nebbia. Sono rimasto così, attonito, a guardare la notte, che aveva quasi spento la vita nei vicoli. Abbandonato tra i vecchi muri, tra secoli di memoria perduta, pareva addormentarsi un tesoro d’arte e di vita. Il buio si adagiava, come un visitatore stanco, sulle strade storte, nascondeva quello che già si era dimenticato. Quante voci, suoni, restavano imprigionate nelle pietre. Quella testa d’angelo scolpita sembra ancora aspettare una mano, uno sguardo, che lo liberi dal tempo, fermo, nella totale indifferenza di un mondo che non sa perché è presente. In questo momento, mentre la mia fragilità di straniero non trova il posto che cerca, ho solo questi ricordi che si ramificano nei pensieri, che prendono forma realizzando quello che sono stato. Ho lasciato un pezzo del mio cuore, nel tragitto che ho percorso per allontanarmi da Guardia, non saprò mai se, un giorno, riuscirò a tornare per rimetterlo al suo posto…”

Written by emisi75

14 agosto 2011 a 07:45

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