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Vecchioni, una ragazza e gli operai della Irisbus

Vecchioni, una ragazza e gli operai della Irisbus / Quando la crisi arriva a ferragosto _di  Paolo Saggese

In questa insolita estate, più insolita delle tante insolite, cui siamo stati abituati in questi ultimi anni, persino le notti di mezza estate o di fine estate assumono immagini, che non hanno nulla del sogno o della quiete tipica dei cieli d’agosto. L’aria spira lieve, dà sollievo all’afa, ma non si respira aria di pace, di riposo, di stasi irreale che dominano mente e cuori. La “sera del dì di festa” di leopardiana memoria ha oggi poco di poetico.

E così può succedere – come è accaduto a Lioni il 17 agosto – che il concerto di Roberto Vecchioni perda all’improvviso i crismi tipici di uno spettacolo culmine dell’estate e diventi luogo di discussione, forum aperto a tutti, quasi lancinante, di una crisi planetaria che evoca povertà e disperazione.

Il concerto, infatti, è stato introdotto dal Sindaco di Lioni, Rodolfo Salzarulo, che ha espresso la viva solidarietà del centro altirpino e di tutti nei riguardi della delegazione degli operai della Irisbus, che chiedevano di portare il loro striscione di testimonianza all’interno dell’area del concerto (richiesta che per ragioni di ordine pubblico e di opportunità non era stata accordata). Lo stesso Roberto Vecchioni, nell’incipit dello spettacolo, ha espresso in modo chiaro, da intellettuale e poeta-cantautore attento da sempre ai “drammi” e alle ingiustizie, la sua solidarietà, interrotto da cori di contestazione indirizzati contro chi non fa nulla (classe dirigente a vario titolo) a sostegno dei settecento operai e di tutti gli altri lavoratori, che in questi giorni rischiano la disoccupazione e la povertà. Pensavo all’assordante silenzio di tanti politici, di qualche ministro (ma l’Irpinia non ha anche qualche ministro?).

Durante il concerto si è creata così una straordinaria solidarietà, che ha coinvolto gli artisti sul palco, gli spettatori, tutti coloro che gremivano la piazza, gli operai.

Il dialogo è continuato per due ore, ed è culminato quando una ragazza, in rappresentanza degli operai della Irisbus, ha letto un comunicato ed ha chiesto solidarietà a tutta l’Irpinia per gli operai e per le loro famiglie, che stanno vivendo un’altra estate. Quella ragazza, con la semplicità dei giovani, ha ringraziato per i gesti di solidarietà, ha ringraziato il “Maestro” Vecchioni, si è scusata per alcuni cori di contestazione, ma ha espresso con chiarezza che la loro lotta deve essere la lotta di tutti, per un mondo migliore, più giusto.

E così, grazie alla tristezza dolorosa di alcuni momenti, alle pacate riflessioni e agli entusiasmi improvvisi di Roberto, la notte è stata carica di pathos dolente sostituito alla fine dalla speranza, non fondata su fatti reali, ma sulla considerazione che se le persone sono disposte al dialogo e al reciproco rispetto, allora le sorti dell’Italia non sono completamente compromesse. Forse, il berlusconismo non ha minato così profondamente le menti e i cuori da ridurre tutti alla passiva rassegnazione, all’egoismo volgare, all’arrivismo ingordo, famelico, brutale.

La lunga notte forse può passare, quella lunga notte evocata da Roberto, la lunga notte degli operai, dei cittadini onesti, di chi non è tutelato nei diritti primari, dei giovani e dei precari.

La lunga notte del 17 agosto, a Lioni, sembrava finalmente una notte di speranza.

E forse era solo un sogno di mezza estate.

Pensavo nel frattempo a come soltanto un intellettuale, oggi, possa essere veramente credibile quando parla al popolo, o soltanto chi non fa parte della casta lontana della politica. Persino i politici onesti – e sono tanti – hanno difficoltà ad essere credibili, di questi tempi, negli ultimi anni.

Pensavo alla poesia civile irpina, a Peppino Iuliano, che ha scritto pagine di dolorosa e commovente speranza sulla terra del Sud, alla sua capacità di parlare con libertà, con parrhesìa direbbero i Greci antichi, di fronte alla politica ingorda e ottusa di ieri e di oggi.

Avevo nella mente i versi di un altro poeta di Nusco, Alfonso Attilio Faia, che nelle sue ultime raccolte (“Gli acrobati” e “Tutti in scena. Gli acrobati II”) ha raccontato la degenerazione di questa seconda Repubblica, dominata dai vari acrobati, pagliacci, nani, caimani, circensi, saltimbanchi, giocolieri, prestigiatori, veline, asini impettiti, che dominano la scena, e da una sinistra incapace di dare forza e credibilità di alternativa.

Con parole profetiche, scritte a metà degli anni Novanta, nei primi anni duemila, il poeta racconta una discesa dell’Italia all’inferno attraverso un tono dolorosamente cantilenante, che crea sconforto e disagio. Ma Alfonso Faia ci insegna anche altro, ovvero che queste raccolte di satire giovenaliane non sono tanto rivolte contro i politici politicanti, degeneri, corrotti, disonesti, carichi di meretrici e di adulatori, di pseudointellettuali capaci di elogiare il principe di turno (tra pochi mesi ne troveranno un altro da divinizzare), di pennivendoli che dopo aver difeso un leader  indifendibile ne prendono le distanze per trarre nuovi vantaggi dal prossimo signore. Queste invettive sono rivolte contro gli Italiani, contro tutti noi, contro tutti coloro, che hanno accettato la corruzione attivamente o passivamente, contro tutti coloro, che con la loro indifferenza (pensate a Gramsci) hanno consentito tutto quanto è davanti ai nostri occhi.

Ecco alcuni versi di Alfonso Faia:

“Che il nostro fosse un popolo allegro / si sapeva già dai tempi non sospetti di don Rodrigo, / ma che fosse anche contento è pure folle / se un demagogo e populista nostrano / affascinatore di piazze e d’osterie / gli fa credere che la recessione sia solo una bugia / di chi non  vuole conservare il buonumore, / […] Che il nostro fosse un popolo allegro / non è cosa nuova e nemmeno tanto strana / quando si riconosce nel pagliaccio, / imbonitore di piazze e d’osterie / che strizza l’occhio e l’anima gli porta via”.

La poesia, “Popolo allegro”, risale all’agosto 2004, e ci invita a prendere coscienza delle nostre colpe: soltanto se gli italiani saranno finalmente consapevoli dei loro errori, potranno dare una svolta alla loro esistenza.

Altrimenti, la nostra storia non avrebbe senso, non avrebbe futuro. Ed infatti, ancora Alfonso Attilio Faia scrive: “Che la nostra storia s’è consumata / e s’è sciolta come neve bagnata / o che la storia è solo fantasia / che non ha futuro, è solo un’utopia”.

Sulle note finali di “Luci a San Siro” e “Samarcanda” si chiudeva l’anomala notte ferragostana. Qualcuno avrà pensato: “neanche a ferragosto si può pensare ad altro!”, qualcuno avrà condiviso con gli operai la tristezza, qualcun altro avrà pensato al destino dei propri figli.

Ma a me è sembrato che quel gruppo di persone, quelle migliaia, che scorrevano silenziose lungo le strade verso casa, non fossero entità egoiste e distanti, ma un popolo cosciente e solidale.

Ed ecco che persino in questo anno del Signore 2011, una notte d’estate può alimentare qualche sogno di speranza e di civile solidarietà.

Basta alimentarla.

Written by A_ve

25 agosto 2011 a 18:22

Una Risposta

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  1. Splendido report. Solidarizzo con gli operai e le maestranze. Ogni lavoratore deve esprimere solidarietà a chi, avendo prodotto ricchezza per gli altri, ricava solo povertà personale. E’ uno degli aspetti più ignobili nel genere umano.

    Eviterei solo di paragonare le figure di onesti rappresentanti del genere umano ed animale, citati nel virgolettato, ai politici attuali. Mi limiterei ad aggettivarli, oggettivamente e seriamente, per quello che sono: IDIOTI*.
    “la degenerazione di questa seconda Repubblica, dominata dai vari acrobati, pagliacci, nani, caimani, circensi, saltimbanchi, giocolieri, prestigiatori, veline, asini impettiti, che dominano la scena, e da una sinistra incapace di dare forza e credibilità di alternativa”.

    * dal vecchio dizionario Palazzi, IDIOTA: semplice cittadino, uomo privato, rozzo e inetto a partecipare alla cosa pubblica.

    Mario Santoro

    27 agosto 2011 at 22:31


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