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Tessitura a Bisaccia

Bisaccia: capitale irpina della tessitura _  di Franca Molinaro

L’Irpinia, da sempre, è stata popolata da armenti stanziali o transumanti. Piccoli greggi pascolavano sui poderi domestici mentre fiumi di pecore percorrevano i tratturi secondari che confluivano nel Regio Tratturo Pescasseroli-Candela. Di questa numerosissima popolazione si apprezzavano le carni, i formaggi, la lana. Era proprio quest’ultima motivo di orgoglio e di traffico. Le pecore, tosate in primavera, trascorrevano un’estate più fresca e preparavano un vello più folto e caldo per l’inverno a venire. Intanto la lana era lavata prima della tosatura facendo tuffare gli animali nei fiumi, dopo era lavata di nuovo, asciugata e pettinata. Quest’ultima operazione era eseguita meccanicamente con apposito attrezzo, oppure manualmente nel caso di piccole quantità. Si trattava di un lavoro meticoloso: ogni fiocchetto di lana andava allargato e ripulito di ogni impurità. In virtù di questo lavoro laborioso nacque il proverbio: chi non tene che fa’ mett’i cani a pettenà.

E, a proposito di cani: qualche commerciante disonesto tosava i grossi cani mandriani e mescolava il ricavato con la lana di pecora. L’imbroglio reggeva finché la lana non era a contatto con l’acqua, una volta bagnata, quella del cane, emanava un notevole fetore canino. La lana pulita era conservata in grosse ceste, filata dalle brave massaie e usata per il fabbisogno domestico. La donna confezionava maglie, calze, scialli e sciarpe. Se ne conservava per il corredo delle figlie ed il resto era venduto. Il commercio della lana era notevole, il prodotto raggiungeva le sponde degli opposti mari e, pare che le nostre Bisaccesi, le più bravi tessitrici del territorio, erano portate nel Metaponto ad esercitare l’arte della tessitura. Le bisaccesi avevano dimestichezza anche con la tintura delle fibre tessili, in particolare usavano la Rubia tinctorum per ottenere il bel rosso del loro costume, rosso che gli regalò il volgare appellativo di “Culirussi”, la Isatis tinctoria era usata per colorare di indaco le copertine sotto le quali mettevano a crescere il pane, il mallo di noce per ottenere il marrone. Insieme alla lana erano commerciati i bozzoli dei bachi da seta allevati in provincia e particolarmente a Bagnoli ed il traffico fu così imponente da poter parlare di una via della lana e della seta. Nell’entroterra erano coltivate anche piante utili a ricavare fibre tessili vegetali quali il lino e la canapa, erano colture che richiedevano territori ricchi di acqua necessaria alla putrefazione degli steli prima della battitura. Anche queste fibre erano lavorate direttamente dalle massaie che  li filavano e ne tessevano  piccole tele per biancheria domestica e personale o le mandavano dalle tessitrici. L’arte della tessitura era conosciuta da tutti i popoli antichi che sfruttavano ogni fibra possibile basti pensare che le ossa di un Danese dell’età del Bronzo furono ritrovate avvolte in un tessuto fatto di fibra di ortica. La tessitura fu praticata, nelle nostre terre, fino alla metà del secolo scorso poi, se ne perse traccia fino al 1999 quando, un’intuizione sensazionale del GAL Verde Irpinia, sotto la presidenza di Mario Salzarulo, istituì un corso di studio per Operatori della tessitura con tecnica tradizionale. Come insegnante fu rintracciata una Finlandese residente in Italia. A questo corso partecipò una giovanissima bisaccese, Sandra Luongo che, conseguita la specializzazione restò ancora per un anno sotto la guida dell’insegnante. Intanto fece arrivare, dalla Finlandia, un grosso e complesso telaio al quale iniziò a lavorare con dedizione diverse ore al giorno. Già nel 2002 Sandra era a Firenze, poi a Roma e a Milano per esporre nelle fiere nazionali. Successivamente è stata in Giappone per un interscambio organizzato dalla Provincia di Avellino. Oggi Sandra ha un bel negozietto ai piedi del poderoso maniero, nel centro storico di Bisaccia, gli scaffali mettono in bella mostra il lavoro sapiente delle sue mani e il gusto finissimo degli accostamenti cromatici. Non si vede più la robbia tipica della tradizione ma delicate tinte autunnali con infinite tonalità. I suoi filati, rigorosamente italiani, hanno i colori della terra dell’altopiano, morbidi verdi tra l’ossido e l’ulivo, delicati marroni e calde ocre. Ricordano le balze franose che trascinano a valle, inesorabilmente, i calanchi cretosi dell’Irpinia d’Oriente, quella che s’affaccia sulla Daunia meridionale. Qui il paesaggio è desolante e borea lo batte inclemente ruotando i numerosi coltelli che sbocciano continuamente come fiori metallici in una stagione impropria. Ci vuole coraggio a resistere qui, a non scappare e a mantenere il grado di ottimismo necessario per vivere sereni. Sandra ha avuto coraggio, ha accettato la sfida, non ha manie di grandezza né si inorgoglisce nella sua conquista, è una ragazza semplice e riservata, parla poco e lavora molto. Per chi non conosce il mestiere è difficile immaginare quanta fatica occorre per realizzare qualche centimetro di ordito specialmente se si usa un filato leggero. Ma non c’è solo il tempo, epico per la tessitura, occorre anche l’attenzione, il consumare gli occhi su un disegno o su un punto particolare per ottenere effetti differenti, infine la pazienza nel districarsi correttamente tra il susseguirsi del movimento dei pettini. Ormai Sandra ha perfezionato la sua mano ed i manufatti appaiono impeccabili, perfetti nella complessità dei motivi cromatici e nelle varie tipologie di tessitura. Dalle sue mani nascono creazioni che farebbero invidia a qualsiasi stilista di grido, sono sciarpe, scialli, borse e, su ordinazione, complementi d’arredo. Tesse sapientemente la lana ma anche il lino, la seta, l’alpaca, il cachemire, la canapa. La osservo seduta al telaio e il tempo si ferma, la mente rincorre ninfe d’altri tempi quando la tessitura era una delle maggiori doti femminili. Il lavoro è faticoso e pochi, oggi, sanno apprezzarlo, ma Sandra è contenta della sua attività, riesce a vivere onestamente accontentandosi di quanto il territorio e questi tempi critici  permettono. Dal 2007 Sandra insegna tessitura nelle scuole ed al carcere, chissà magari altre ragazze potranno imparare ed appassionarsi al recupero di una tradizione antichissima. Oggi che tutto è made in china, a molti apparirà ridicolo riproporre un’attività tanto faticosa e costosa, pochi sanno, però, che quanto acquistato a pochi euro con provenienza incerta può essere apportatore di malattie di ogni genere.

Bisaccia, dunque, può esser fiera perché almeno una delle sue creature, ha saputo ricucire il filo conduttore della sua storia,  auguriamo a Sandra di ottenere i giusti riconoscimenti e alla società bisaccese di poter ricreare, intorno a questo vetusto mestiere, lo splendore perduto.

di Franca Molinaro per Il Giardino della Grande Madre, Ottopagine, domenica 16 ottobre

Written by A_ve

20 ottobre 2011 a 17:31

Pubblicato su Varie

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2 Risposte

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  1. …cara Franca, ti leggo e con amicizia, mi permetto di aggiungere delle differenze che ad un amica mi piacerebbe sottolineare:
    Quella di Sandra non è Tradizione. La tradizione di queste terre è di essere abbandonate, o di viverci questuando compromessi. Chi si gloria o si accorge che quella Tessitrice esiste non potrà mai gloriarsi di averne il merito. In quel piccolo laboratorio ai piedi di una torre storta, tutto esiste perché la Tessitrice lo vuole, arginando anche le frane che vorrebbero portarglielo via. Non c’è la capacità di resistere, ma l’esempio di come “si inizia” e la voglia di come “si continua”. Di come si comprende (prendere con sé) la propria terra al punto tale da rinnegarla negli schemi, restarne vittima, ma non prigioniera.
    In quei filati, che nessuna nostalgia può porre in paragone con le scialbe quotidianità degli antichi filati bisaccesi, c’è la visione del mondo di una donna, che non tesse perché “donna da restare a casa”. Una intelligenza che disegna i pixel di una nuova tradizione, tra Radiohead, U2 ed Eryka Badu. Con la stessa capacità di colori, la stessa proprietà d’espressione, la stessa ansietà d’animo.
    Una cosa nuova, unica, che difficilmente si saprebbe seguire, tanto richiede solitudine e incomprensione (non essere presi con sé).
    Avvolgersi in una Sua sciarpa, che ti abbiano regalato nuova o che porti intonsa da anni, non dà il sereno abbraccio di tepori romantici, quel che senti, forte, è la capacità di chi sa anche non stringerti, forte, il collo. Pur avendone il diritto.
    Quei filati non li regalerei all’Irpinia, non li unirei alla Tradizione. Riconosciamoli alla “Principessa di Bisaccia”.

    Mario Pagliaro

    20 ottobre 2011 at 20:15

  2. In tutti i paesi irpini le donne tessevano in casa. Io ricordo queste cose e la tradizione è durata fino agli anni Cinquanta del Novecento. Poi la produzione industriale seriale e i prezzi contenuti hanno fatto voltare pagina. Sarebbe bello recuperare la memoria di qualche anziana che svolse questo lavoro artigianale, che invece non si è perso in alcune aree alpine. Basta passare per la Val Gardena in Alto Adige e la Val di Fassa in Trentino, entrambe abitate da popolazioni ladine.

    angelo siciliano

    20 ottobre 2011 at 18:04


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