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19:34 …io ricordo

– Guardia Lombardi, Lioni, S.Angelo dei Lombardi, Frigento …ognuno con i suoi ricordi –

a cura di Emanuela Sica

Prologo

Prima di ogni cosa, prima ancora delle urla e del terrore, prima delle fughe senza una direzione precisa, prima delle luci che si spengono all’improvviso, prima delle pietre che si sgretolano come pane secco, prima del pianto dei superstiti, prima delle bocche asfissiate dalla polvere, prima delle macerie che opprimono vite sparse, prima dell’inizio della fine, un boato. Sprigionato dal ventre infuocato della terra, lungo, cadenzato e quasi un richiamo di guerra. La natura, un condottiero di infinita grandezza, resuscitato dalla profondità del magma in ebollizione, aveva richiamato la sua potenza distruttiva per la battaglia e lo aveva fatto di soprassalto, senza un cenno di annuncio. Così, di notte, all’improvviso, mentre nei paesi la gente si adagiava sul quotidiano della vita, come lupi appostati dietro le siepi, in attesa di prede passanti, le scosse iniziarono ad annunciare l’aggressione. Colpi diretti, acuti, uno, dieci, cento, mille, assalti. Nei letti, nei bar, nelle piazze, ovunque scatti assoluti di paura e panico. Brevissimi intermezzi di accennata di tregua, quasi fulminei, poi di nuovo la lotta. “Aiuto…..aiutatemi….” ecco le prime voci della sconfitta, non sporadiche ma ovunque l’eco delle grida che si spargono nel cielo carico di panico. Dal boato, da quel lamento agghiacciante della terra che si apre, trascorsero novanta secondi. Un pezzo di tempo assolutamente piccolo eppure incomprensibilmente lungo, quasi un’eternità per chi lo ha vissuto. La terra aveva rigurgitato così tanto movimento e sussulto che le gambe non riuscivano a reggersi, le mani cercavano appigli ovunque, l’incredulità si staccava dagli occhi e si posava nel vuoto della notte. Non ci fu il tempo di pensare cosa stesse accadendo. Nel limbo della incredulità, gli sguardi di molti si fermarono a guardare la morte che li stava divorando. Nessuno sapeva bene, quando sarebbe arrivata la fine di quell’incubo, ma tutti avrebbero ricordato l’inizio. Così quando il silenzio riprese la forma che aveva prima delle scosse, e la notte sembrò una donna vestita di stracci e ricurva a piangere sulla martoriata irpinia, si aprì il varco della sofferenza, dei lamenti, del terrore, dell’incredulità, del panico dei vivi per miracolo e dei sepolti vivi, iniziarono i ricordi.

Ore 19.34 Guardia Lombardi

(Un racconto di Emanuela Sica)

Passando dal salone, Nina, diede un veloce sguardo alla finestra e, con gli occhi diretti verso la chiesetta di S. Vito, pensò: “chissà come sarà sudata…”. Salì velocemente le scale, il pensiero aveva generato l’idea e la necessità di prendere il borotalco ed una maglietta pulita, ma prima doveva passare per la camera da letto. Qui, chiuse le persiane, si fermò a guardare il letto: “se non la finisce di saltare…mi sentirà…” rimuginò nella testa e ripassò con le mani sul piumino. Lo risistemò, alzandolo e allungandolo di nuovo sul letto, tirò bene le lenzuola, rifilandole con la mano sotto il materasso, facendo sparire le pieghe che si erano formate. Prese il peluche che era per terra, lo stropicciò e, con due severi colpi della mano destra, fece come a togliere un po’ di polvere. Lo mise sul cuscino, dove stava di solito, si girò a controllare se aveva chiuso le finestre ed uscì dalla stanza, chiudendo la porta per non far disperdere il calore. Doveva prendere il borotalco e si diresse nel bagno. La luce era spenta e non l’accese. Sapeva dov’era e lo trovò con facilità. Quindi la maglietta pulita, un veloce passaggio all’armadio per cambiare il cappotto, ne prese uno più leggero, iniziò la discesa dalle scale. Solo pochi passi e gli scalini iniziarono a sollevarsi, come se un’esplosione li facesse sobbalzare dalle fondamenta. Non riuscì a mantenersi in equilibrio e cadde in avanti. Tentò di appoggiarsi al corrimano ma anche quello si sradicò dal muro come se questo fosse diventato di burro. Con le unghie tentò un ultimo appiglio, ma invano, cadde rotolando per tutte le scale, strappandosi le calze e lacerandosi profondamente le ginocchia. Sanguinante tentò di rialzarsi, ma il dolore era così forte che si accasciò, ancora una volta, rimanendo per terra, come incredula davanti a quel momento che aveva appena vissuto. Momento che durò pochi secondi e quei secondi la trafissero come una lama tagliente prendendola e ferendola al cuore ma non nel petto, in gola. Si, aveva il cuore in gola e da quella sensazione riuscì a trarre la forza per rialzarsi. “Manuela…”. Come se niente fosse accaduto, ancora sanguinante e piena di polvere, scese l’altra rampa di scale che le restava per uscire fuori, per raggiungere il piano terra. Era un’equilibrista bendata, posava i piedi quasi senza guardare, non cercava la staticità delle pietre, camminava, anzi, correva per arrivare subito giù. E quando fu davanti al portone, inziò ad urlare, a tirarlo, a battere con le mani, era bloccato, quasi spaccato in due ma ridotto ad un ostacolo insormontabile per lei e per la vita che aveva lasciato lì fuori. Poi la tensione si ricompose come d’istinto. Non ci pensò più di tanto, urlare non sarebbe servito a niente, aprì la finestra e la scavalcò. Era fuori ed il paesaggio che le si apriva davanti era quasi irreale. Sembrava guardare, attonita, ovunque ma i suoi occhi, a guardarla bene, avevano un’unica direzione. Fissi verso la chiesetta lì davanti. Gente, una marea di persone che uscivano urlando da quel portone semiaperto. Poi la figura, quasi nitida, di suo marito e di bambini che gli stavano aggrappati alle gambe, alle braccia, al collo. Gli corse incontro senza emettere neanche un suono, aveva quasi paura a chiedergli di lei, della sua piccola. Quando gli fu davanti, lo guardò per un secondo, poi iniziò ad urlare, a strapparsi i capelli: “Manuelaa….Manuelaa…dov’è Manuelaaaaaaaaaaaaaa”. A quelle parole, fu come un risveglio da una notte insonne e la nascita di un nuovo e più terribile incubo. Nino strabuzzò lo sguardo. La polvere che aveva addosso gli impediva quasi di vedere chi aveva nelle braccia. Quando il boato era arrivato a tracciare la separazione della vita dalla spensieratezza, come una bomba che esplode e frantuma ogni cosa generando confusione, terrore e paura, aveva sentito qualcuno chiamarlo per nome, gli era sembrata la sua voce, l’aveva presa in braccio e portata fuori e nel tragitto altri bambini e bambine si erano stretti al suo corpo. Eppure Manuela era ancora la dentro. Doveva rientrare a cercarla. Il ventitré novembre del 1980, una domenica come tante. L’orologio della Chiesa Madre annunciava, con i suoi rintocchi ritmati, le sette e mezza di sera. Il suono si poteva sentire, nitido, nella piazza, nelle case e, forse, anche lungo le strade che portavano sino alle Taverne. Il paese era pieno di gente, quasi nessuno era rimasto a casa, la Sagra delle Castagne aveva richiamato gente dal centro e dalla campagna. Molte persone passeggiavano per le vie circolari della piazza, altre ferme davanti ai due bar principali, altre dentro a vedere la domenica sportiva, a commentare le ultime vicende del campionato. Quella era una domenica insolitamente calda per le temperature medie del periodo di novembre e questo era l’argomento dei vecchietti, molti si chiedevano il perché di quel clima così strano. Ai primi rintocchi, qualcuno si era fermato giusto il tempo di controllare il proprio orologio ed aveva rimesso le lancette sull’ora esatta. La sagra era già iniziata e, dopo la visita alla mostra, quasi tutti erano scesi al piano inferiore della Chiesetta di S. Vito dove le donne avevano preparato diverse pietanze a base di castagne. Quella sagra era una festa quasi insolita per Guardia, una novità. Certo che i tanti castagneti circostanti dovevano e potevano dare ispirazione a fondare intorno alla castagna un centro di interessi economici, come avevano fatto Montella e Bagnoli, eppure la castagna non era vista come una sicura fonte di guadagno e, per questo motivo, era messa decisamente in disparte anche nella politica agraria della zona. Pur tuttavia, chi aveva organizzato la Sagra, la Pro-loco, pensava di creare, con quella manifestazione, un primo passo verso la costruzione di un precedente festivo che ben sarebbe potuto diventare fonte di socializzazione e di rilievo turistico oltrechè fonte di sostentamento economico per le future manifestazioni e programmi culturali. Cibo e musica erano un connubio perfetto per creare il precedente. Così, quando la musica della quadriglia iniziò la sua marcia ritmica, quando le note disegnarono le cadenze festose lungo la piazza, quando le voci chiamavano le posizioni delle coppie delle casse lungo le strade del paese, il tempo sembrò cristallizzare tutto in quel suono. Tre minuti e cinquantanove secondi dopo, un boato. Un rumore cupo e prolungato che precede di un solo secondo la scossa, qualcosa di indescrivibile, paralizza, pietrifica e non da tempo di pensare. Un rombo, un botto, uno schianto, una detonazione, una deflagrazione, niente di tutto questo. E’ un suono particolarissimo che non si avvicina neanche lontanamente a qualsiasi altro rumore descrivibile. Il fragore con cui si manifesta l’incipit di una scossa è l’essenza della paura stessa. Poi, soltanto rumore di crolli, vetri che esplodono, urla e pianti della gente terrorizzata. Alla fine, per qualche interminabile attimo, solo silenzio, il silenzio per rendersi conto che quello che si è costruito con anni di sacrifici, i propri cari, i propri amici, la propria vita insomma, è stata sconvolta definitivamente. Manuela era dentro, rannicchiata sotto i banchi della chiesa, le mani stringevano quelle della sua migliore amica, la polvere le ricopriva quasi totalmente, agli angoli un cumulo di pietre frantumate sul pavimento, altre ne cadevano sull’altare. La Chiesa si muoveva come un cavallo a dondolo, destra e sinistra, con sobbalzi improvvisi. Udiva dei colpi strani, come dei fuochi d’artificio, colpi scuri, cadenzati, intramezzati dai rumori del panico e delle fughe verso l’esterno. Dentro, invece, era piombato il buio, la notte era come penetrata nelle pareti della chiesa, riversata su ogni cosa, neanche il colore della luna si poteva vedere dalle finestre, niente Quando era iniziata la quadriglia si erano prese per mano, saltellavano felici, un giro veloce e poi quei fuochi d’artificio. Già. Avevano avuto quell’impressione. In un attimo il pavimento della chiesa si era mosso come se stesse sopra un cavallo a dondolo. La confusione e lo stordimento durarono pochi istanti. Poi la gente iniziò ad urlare e scappare in ogni direzione. In pochi istanti, in un giro di lancette, tutto venne risucchiato nel buio. Pensieri, idee, emozioni, speranze, felicità, in una parola la vita dell’Irpinia intera. Eppure Guardia e tutti i suoi abitanti vennero miracolosamente risparmiati da quella furia senza controllo e quella Chiesa venne ribatezzata Chiesa del Miracolo. Non lo stesso destino si riversò sulla Chiesa di Balvano dove morirono 77 persone, di cui 66 bambini e adolescenti che stavano partecipando alla messa.

Ore 19.34 Lioni

(Il ricordo del Sindaco Rodolfo Salzarulo)

“Provo a entrare nei pensieri di chi oggi ha diciotto anni e sente parlare di terremoto. Di quello del 23 novembre del 1980. Ai miei diciotto anni, nel 1970, la seconda guerra mondiale era cominciata trent’anni prima. Allo stesso modo che il terremoto, per chi diciotto anni li compia oggi. Si può obiettare che, bensì, la guerra fosse finita venticinque anni prima. In verità nessuno è in grado di dire quando sia finita concretamente l’emergenza del dopo terremoto. Per taluni, credo, sia durata anche più a lungo del periodo bellico. Per i miei diciotto anni la guerra era “storia”. Per i miei ventotto anni, l’attualità si presentava con la violenza immediata dello storico 23 novembre. Quella mattina mi svegliai e c’era il sole. In ogni caso comprai una “giacca a vento” in vista dell’incombente inverno. Il sonno mi portò un minimo di quiete solo alla tarda sera del 25, dopo circa sessanta ore difficili da ricostruire. Che hanno rappresentato il maggiore tormento della mia vita. E la massima attività fisica. Cosa è, e come pesa, il terremoto per i diciottenni di oggi? Quanto pesa la vergogna sbandierata dalla televisione e dalle pagine dei giornali che raccontano, del sisma a L’Aquila, che il presidente del Consiglio non vuole fare come in Irpinia! Troppo bisognerebbe dire! Personalmente ritengo di aver chiuso la vicenda dell’“Irpinia gate” tanto tempo addietro. Nel 1992 consegnai alla stampa, anche se per pochi intimi, le mie valutazioni a “lavori in corso”. Peraltro fondate sui dati prodotti dalla Commissione Parlamentare di Inchiesta, che aveva appena concluso i propri lavori. In effetti non c’era molto di cui si dovessero vergognare gli amministratori d’Irpinia. Altrove, fuori dai Comuni, e con altra regìa, si era consumato il malaffare del terremoto d’Irpinia. Intendo qui essere pacato. Procederò con ordine, dal principio. Conservo nitido in memoria ogni dettaglio della sera del 23 novembre. Trenta anni or sono. E di anni ne avevo ventotto. Oggi condivido, con tutti quelli della generazione di quel terremoto, la necessità di trasmettere alle nuove generazioni i parametri dell’urbanistica attenta a quegli eventi. Meglio: delle metodologie costruttive. E non sono un ingegnere. Dei metodi costruttivi che portino con sé la memoria del “mai più morti sotto le macerie”. Avevo ventotto anni ed ero ad una svolta della mia esistenza. Da poco avevo completato il servizio militare. All’epoca ancora si partiva, per Gorizia o, come me, per Lenta. Ai piedi del Monte Rosa, nell’alto Piemonte vercellese. L’amministrazione comunale di Lioni, in cui ero giovane consigliere, era in crisi. Non so più perché. Avevo dato le dimissioni dal Consiglio Comunale perché potesse subentrare il primo dei non eletti. Che era militare e poteva avere l’avvicinamento “a casa”. Come era stato per me, dopo l’elezione. Le avevano respinte per garbo istituzionale. All’epoca era ancora in uso. Meditavo di partire, emigrante, con l’anno nuovo. E’ una consuetudine che sta ritornando prepotente. In quel pomeriggio domenicale, che si presentava particolarmente noioso, con un amico ero andato a Pescopagano. Nella contigua provincia di Potenza. Vi avevo trovato in piazza alunni del Liceo di Sant’Andrea di Conza, in cui ero insegnante, giovane e precario, di filosofia e storia. I diciottenni di oggi normalmente rifuggono gli incontri con i loro professori. Forse, però, è più opportuno pensare che rifuggano gli incontri con i “vecchi professori”. Come me. Che ero fuori casa per la noia. Lì la terra tremò. E io ero con una mezza dozzina di studenti di liceo, che oggi sono vicini a cinquant’anni di età e di cui non ho più ricordi vivi. Ragazzi. Conservo soltanto memoria del terrore visto nei loro occhi. Non potevo vedere i miei. Si avvertì un boato tremendo. Avevo dieci anni, all’imbrunire del 21 agosto 1962, ed ero andato dal medico di famiglia, a Lioni in via Iannaccone, per una richiesta che non ho mai più richiamato alla mente. Avevo sentito un boato simile. Pensai che fuori fosse crollato un enorme rocchetto di legno su cui era avvolto un grande cavo elettrico. Stavano facendo i lavori di elettrificazione in quella strada, allora periferica. Il medico spinse me e mio fratello fuori dalla porta, afferrandoci per le spalle. E urlando in maniera perentoria “è terremoto! Fuori!”. Finito il fragore si accese l’eccitazione della gente per strada, dappertutto. Tornammo a casa. Ne seguì una notte all’aperto, in piazza della Vittoria, un’area vasta e sterrata che ospitò mezzo paese. Fu anche gradevole, dato il clima estivo e il fatto che non fossero cadute case. Che non ci fossero stati feriti. O peggio. I ragazzi della Piazza di Pescopagano stavano per fuggire mentre intorno alla piazza tutta la corona di case collassava. Istintivamente correvano verso casa. Una sorta di richiamo ancestrale alla memoria mi fece urlare “è terremoto! Fermi, siamo in Piazza!” Trattenni qualcuno fisicamente e tutti si fermarono. Credo di essere stato convincente. E convincenti furono le immagini delle case intorno che si sgretolavano. Il boato era violento e la terra veramente tremava. Sembrava che una forza viva mi avesse afferrato per il bavero della giacca e mi scuotesse. Con una violenza di cui non ricordavo l’uguale. Mentre una nuvola di polvere investiva il gruppo – fortuna dentro il quale mi trovavo fisicamente avvinghiato. La polvere ci attraversava e, mentre ci giravamo per non prenderla in faccia, vedevamo gli alberi di arredo della piazza che si piegavano, scossi. All’appuntamento con il nostro “destino” ci arriviamo sempre ignari. Alla svolta della tua vita ci arrivi inconsapevole e, normalmente, non riesci a percepire che quello è un momento che verrà scolpito nell’orologio della tua storia, perché è scolpito nella storia comune di un popolo. Per taluno quell’appuntamento è l’ultimo e segna la linea di confine tra la vita e la morte. Poco importa che la rottura sia avvenuta per una persona isolata o per una, insieme con altre migliaia di persone. La memoria fisica residuata dal 1962 mi aveva fatto riconoscere il “terremoto” nel boato e nel tremore che ne seguì. Non avevo sentito boati, nel maggio del 1976, in un negozio di porta Ticinese a Milano quando, del terremoto del Friuli, avevo avvertito solo i lampadari scossi. All’imbrunire di quella sera del 23 novembre la sensazione più angosciosa era legata alla durata dell’evento. Sembrava non finire più. L’immagine che si costruiva nella mente rinviava alle onde del mare agitato mentre uno nuota e gli mancano le forze. E le onde imperterrite lo schiaffeggiano. Poi, dopo un tempo della durata estenuante di novanta secondi, che invito a monitorare in silenzio, la terra si fermò. Ancora un istante e si sentirono pianti e grida provenire dalle macerie che circondavano la piazza. E si vide gente fuggire. Ed io non ero a casa. D’istinto cominciammo a soccorrere chi aveva sangue alla testa. In una scena che aveva del surreale portammo qualche ferito verso l’ospedale contiguo alla piazza. Incrociammo gente in camice bianco, medici o infermieri, che da lì provenivano. Ci dissero che l’ospedale aveva subìto crolli e che i malati erano per strada. Il mio amico fu colto da sconforto. Mi chiese se non fosse il caso di tornare a casa per verificare le condizioni delle rispettive famiglie. Gli risposi che Lioni fosse sufficientemente lontana dalla rupe di Pescopagano. Che mi rifiutavo di pensare che fosse stata colpita un’area così vasta. Ci dedicammo ancora per un po’ ad assistere feriti in quella piazza, fino a quando ci rendemmo conto di essere fuori posto e fuori ruolo. L’evento della “magnitudo momento di 6.9”, ha portato danni in un’area di 20.000 Kmq, ha interessato circa 6 milioni di abitanti, ha reso inutilizzabile un patrimonio edilizio di 6.550.000 vani: ha procurato 280.000 sfollati, 8848 feriti (registrati in ospedali) 2914 morti. Prendemmo la strada del ritorno da Pescopagano a Lioni, una trentina di chilometri, intorno alle 21. Attraversammo il centro di Sant’Andrea di Conza e vi trovammo poche pietre cadute in strada. Qualche vecchio cornicione. Fummo rincuorati: avevamo qualche timore che anche a Lioni ci potesse essere distruzione, come quella che avevamo solo intravisto a Pescopagano. Sull’Ofantina, invece, trovammo grandi intralci. All’imboccatura di ogni viadotto il terreno aveva ceduto, lasciando gradoni non valicabili. Dovemmo ogni volta attendere che si formasse una squadra di viandanti sufficiente a portare le automobili al di là del viadotto. Giungemmo a Lioni intorno alla mezzanotte. In periferia, alla Via Ronca, c’era il Pastifico “Pallante” la cui torre pencolava nel vuoto. Oggi lì c’è l’edificio che ospita le scuole elementari. Dall’altro lato della strada c’erano persone accanto a fuochi di fortuna. Oggi in quel posto c’è l’edifico che ospita le scuole medie e l’istituto alberghiero. Di lì a breve cominciarono le macerie di case cadute. Sulle macerie percorsi tutto il centro. Senza più toccare la pavimentazione stradale fino alla casa dove abitavo con la mia famiglia, nella attuale Piazza del Municipio. Lì trovai mia madre e mia sorella, davanti ad un fuoco, con la tremenda preoccupazione di “non sapere dove fossi”. E se ci fossi. Quella era la condizione psicologica in cui versavano tutti quelli che non avessero visto “tutti i propri familiari”. Fui sulle scale di quella casa, che aveva tenuto alla violenza di cui però recava tutti i segni: fratture nei pavimenti, scollature nei muri. Presi qualche coperta, indumenti pesanti e accompagnai i “miei” a quel punto di raccolta che avevo visto. All’ingresso Est del paese. Poi rintracciai altri che non avevano subìto “danni fisici” e cominciai a girare per macerie. In cerca di persone da tirare fuori dall’inferno di pietre, in salvo. Oppure da consegnare, cadaveri, ai propri cari. In quella sera da Lioni non uscivano voci per raccontare cosa fosse accaduto. Cosa stesse accadendo. Ci riuscì, tardi nella notte, solo il radioamatore IW8 BJX, Gerardo Calabrese meglio noto come “il tipografo”, che stabilì un incredibile ponte radio che dal Sud America fece rimbalzare il grido di allarme da un popolo isolato. Fuori dal mondo. La storia dell’umanità è scandita da periodi “prima” e “dopo” grandi eventi. Per noi “avanti” e “dopo” Cristo è il riferimento più forte. Poi c’è l’ante guerra e il dopo guerra. Di tante guerre. Quello che sicuramente si può riscontrare è l’attribuzione di un “prima e dopo” riferito ad eventi spartiacque. Eventi che delimitano aree di coscienza. In questa ottica “esiste dav­vero il “prima” e “dopo” terremoto, ed è un segno indele­bile perchè indissolubilmente legato agli individui di cui, anzi, costituisce la storia. Andare nei nuovi quartieri e non ri­trovare i profili stradali nei quali la memoria si è co­struita, induce un vuoto nella coscienza che riproduce una oggettiva frattura nel ciclo della propria vita, intesa come esistenza materiale. Il riscontro di un vuoto analogo in ogni altro potrebbe costituire un legame romanticamente utile a fondare una comunità ma, anche, fondare un rischio: la per­cezione del passato, come tale, mio o di un altro, mi appar­tiene non come cosa che io ho ma come ciò che io sono e, quindi,da cui io non posso assolutamente prescindere. In ogni caso resta fermo che del già stato non ha memoria il tempo, nè di quello che ha da essere. I nuovi profili stra­dali sono privi di vita perchè deprivati di memoria ed e­sterni ad ogni memoria o, più verosimilmente, tenuti in vita da un numero di protocollo, dai tempi di progettazione, dal­la approvazione o meno di una variante architettonica, dagli affanni della realizzazione, dalla disponibilità dei fondi”. Fu un imperativo ineludibile, che segnò gli anni successivi: “dare vita alle pietre”. Lioni, un comune del cratere, uno dei diciotto disastrati della provincia di Avellino, con un danno alle strutture abitative superiore al 90%. Il resto era, di fatto, inutilizzabile: questo centro, dopo il terremoto del 1962, non era stato classificato tra quelli a rischio sismico! Alla vigilia del terremoto si contavano circa 6.300 abitanti. Nell’evento sismico persero la vita 243 cittadini. Fu una catastrofe, al di là di ogni altra specificazione. A quell’epoca ero giovane consigliere comunale e, con impeto, mi buttai a capofitto nell’azione di recupero della vita entro il fiume in piena dell’emergenza. Nel decennio precedente questa comunità si era andata sviluppando sia sul piano urbanistico sia nella struttura economica, che portava ai suoi massimi i risultati acquisiti nella prima metà del secolo, quando aveva potuto beneficiare del vantaggio di una ferrovia praticamente nel centro. Vi si contavano, infatti, una ventina di pubblici esercizi, oltre 150 attività di commercio, circa cento di artigianato, due industrie consolidate. Oggi, a trentun anni di distanza, oltre alle attività ricomprese nell’area Lioni-Nusco-Sant’Angelo, si conta una rete di 15 bar e pub; 13 pizzerie, ristoranti, trattorie; 3 locali di intrattenimento; 6 pizzerie da asporto; 1 multisala cinematografica. Esiste una rete commerciale di 230 esercizi di vicinato, 30 attività di media distribuzione, 18 attività di vicinato collegate ad una di grande distribuzione, che è la riconversione di una delle due industrie preesistenti. Il complesso delle attività commerciali serve una utenza di 40-50mila abitanti. Globalmente l’artigianato conta circa 210 unità. Se si sommano anche gli operatori dell’agricoltura, ci sono circa 900 partite IVA. Ovviamente tutto l’apparato economico oggi vive una grossa condizione di crisi. Undici anni fa, nella introduzione ad una raccolta di foto per il ventennale, scrivevo: “Le luci del giorno dopo videro, prima con qualche cautela, poi con una progressiva e crescente frenesia di cui non si ricordava l’uguale, mettersi in moto una gigantesca macchina di solidarietà umana: una marea di uomini e mezzi che si andava raccogliendo in giro per l’Italia si cominciò a riversare in Irpinia e, in particolare, Lioni divenne un centro di volontariato che nelle sue prime battute fu spontaneo e fece riferimento ai comitati di quartiere, che i lionesi istituirono come strumento di autorganizzazione. Si allertarono unità medico – ospedaliere e centri di varie associazioni di volontariato, gruppi di operai di fabbriche del Nord ed elettricisti, accanto a gruppi di cittadini isolati che venivano a portare le loro braccia e la loro professionalità al servizio di un’umanità colpita con durezza dall’evento”. Nei giorni successivi si attivò, anche , la macchina dello Stato. Ancora non era la Protezione Civile che era poca cosa. Giunsero i Vigili del Fuoco, del Veneto e del Friuli, esperti dal Terremoto del ’76. Giunsero reparti dell’esercito italiano e poi anche i tedeschi. Arrivarono le istituzioni: i Comuni, le Province, le Regioni che istituirono i loro “campi – base” a cui potessero fare riferimento i gruppi di volontari con diverse specializzazioni: si trattò della più poderosa organizzazione di “volontariato spontaneo” che la memoria conservi. Più grande di quella marea umana vista nell’alluvione di Firenze. Perché più vasta era l’area e la portata del disastro. Due dati di memoria mi sono particolarmente freschi. I milanesi organizzati in gruppi che giungevano al pullman di DP, partito scomparso ma non dimenticato, a cui si unirono gruppi di studenti della facoltà di Agraria, di Milano appunto, che garantirono a Lioni la loro presenza per 100 giorni. A collaborare con i contadini del posto e fare, tra l’altro, il censimento dell’agricoltura. Poi un fatto che, oggi, sembra sarcastico, a sentire che cosa “vende” il Presidente del Consiglio a proposito dei “miracoli” compiuti a L’Aquila. “La Stampa” di Torino, con la rubrica “Specchio dei tempi”, utilizzando i fondi di una sottoscrizione, in poco più di un mese e collaborando con operatori del posto, consegna decine di alloggi prefabbricati ad altrettante famiglie. Con un anno di anticipo sui programmi dello Stato. Che, pure, furono rapidi, considerando i tempi. Tutto quello che segue è cronaca. O storia. A seconda della portata dei fatti.”

Ore 19.34 Sant’Angelo dei Lombardi

(Monologo tratto dal libro Anatomia di Anime di Emanuela Sica)

Franco lanciò un urlo fragoroso. Il respiro si fece cupo, affannoso, lentamente decrescente. Capiva quello che era successo ma non poteva muoversi. Il suo letto, al quarto piano dell’Ospedale civile non poggiava più sul pavimento ma aveva un’insolita base di sostegno a dividerlo dal vuoto che si era creato sotto di lui: una trave di ferro. Non riusciva a guardare giù, sapeva che anche solo un piccolo movimento lo avrebbe fatto precipitare. Una parete, la facciata frontale dell’Ospedale, era scomparsa in un nugolo di polvere. Sotto, un frastuono di voci, urla, disperazione, macerie gravide di morte e terrore liquido nelle vene ancora calde. Poi un’altra scossa, più lieve, fece dondolare la trave, quasi a voler mettere alla prova il suo coraggio. All’improvviso, una voce sofferente, lo fece rabbrividire: “Franco..ti prego…aiutami…” e guardò istintivamente giù. Lì sotto…accartocciata, in posizione quasi fetale, stretta tra un armadio di ferro ed un pilastro sfibrato, c’era la sua ragazza. “Quando ti rimetterai andremo qualche giorno al mare….” le aveva detto carezzandogli la fronte mentre il dottore gli fasciava il ginocchio…”hai visto che giocare a pallone..può essere pericoloso..” Quella sua mania di trovare da ridire su tutto…lo aveva sempre fatto sorridere. Rita era fatta così, si preoccupava anche per una semplice partita di calcetto. Lui, quella domenica, la guardò seduta sugli spalti mentre si raccoglieva i capelli con le mani. Adorava quel modo di fare..adorava quei riccioli ribelli che non riusciva mai a fermare. Il vento sembrava creato apposta per darle fastidio, diceva lei. Ora erano immobili, a malapena se ne vedeva il colore…la polvere aveva corrotto il biondo, facendo risaltare solo un’enorme chiazza di sangue. “Rita…non muoverti…ci sono io…con te…” e ricordò l’istante in cui era caduto a due passi dalla porta. Lei si era alzata di scatto ed era arrivata in campo svicolando da un cancello semichiuso. Poi la corsa in ospedale e lei che gli stringeva la mano…”non ti preoccupare…-diceva- ci sono io qui con te….” Ora era lei ad avere bisogno del suo aiuto ma lui sapeva di non essere in grado di poter fare niente. Cercò un appoggio per alzarsi ed afferrò una maniglia di una finestra. Riuscì a sollevarsi solo pochi istanti prima che la trave cedesse. Franco rimase penzoloni…aggrappato alla finestra e, spostando il piede sinistro contro una parete ripiegata su se stessa, con l’altra mano afferrò un pezzo di ferro che usciva da un pilastro che sembrava essersi sbriciolato come un grissino… Era in piedi su cinquanta di pavimento, miracolosamente intatto. “Rita…”gridò più volte. Un boato rispose improvviso facendolo precipitare nel buio. Si svegliò dopo molte ore in una branda dell’ospedale che era stato allestito dalla protezione civile sul campo sportivo del paese. “Sono morto…” pensò osservando il letto accanto al suo. Rita era seduta di spalle…sul bordo di quel letto… Qualcuno era adagiato lì sopra ma non riusciva a vederlo perché era coperto da un telo azzurro. “Meno male….- fece allungando la mano – pensavo di non rivederti più…” Rita parve non ascoltarlo e sorridendo si alzò velocemente. “Dove vai….???” Franco la chiamò e richiamò a gran voce…pensando di impazzire… Lei, ad un passo dall’uscita, si girò, solo per un attimo, mostrando il suo viso…completamente deturpato dalla polvere e dal cemento poi, portandosi le mani sul volto, emise un impercettibile lamento, diventando solo un’ombra nera sull’erba………………..per lei non c’era più niente che Franco potesse fare…I morti devono lasciare il posto ai vivi.

Ore 19:34 Frigento

(Il ricordo del Sindaco Luigi Famiglietti)

“Nel 1980 avevo cinque anni eppure ricordo abbastanza nitidamente la sera del 23 novembre, la sera del sisma. Ero febbricitante e stavo nel “lettone” dei miei genitori; nella stanza con me c’erano mia madre e mia nonna che teneva in braccio mia sorella di poco più di un anno. All’improvviso si udì un boato, andò via la corrente e ricordo che dalla finestra entrò un bagliore forte che sembrava quasi squarciasse la parete di fronte a me. Ricordo che si bloccò la porta della stanza e le urla di mia nonna che gridava “Trema! Trema!” e invocava l’aiuto di Santa Barbara (protettrice di coloro che si trovano “in pericolo di morte improvvisa”). Dopo poco con l’aiuto del nonno uscimmo dal nostro appartamento e sul pianerottolo e lungo le scale incontrammo gli altri condomini. Ricordo in particolare che uno di loro, Tonino, invitava tutti a stare calmi perché il palazzo era stato costruito in cemento armato e non sarebbe crollato. Scesi al piano terra trovammo il portone d’ingresso del palazzo bloccato e mio nonno usò la mia prima bicicletta, una ’12 con le gomme dure e le rotelle, per sfondare i vetri e liberare l’uscita. A questo punto arrivò mio padre, spaventato, era uscito a fare due passi “sui vasoli”, il piccolo corso di Frigento ed aveva assistito al crollo del Municipio; ci raccontò delle macerie che avevano ricoperto l’intera piazza principale del nostro paese e del polverone che aveva invaso i “vasoli”. Ci mettemmo in macchina, nella nostra 127 gialla e ci spostammo un centinaio di metri più in là, sui “limiti”; in pochissimo tempo, via Panoramica Limiti, la strada pedonale da cui si godono meravigliosi panorami, era diventata il luogo sicuro, lontano dalle case, dove le famiglie del centro storico di Frigento avrebbero passato la prima notte del terremoto nelle rispettive automobili in compagnia di una luna grossa e raggiante. Di quella notte ricordo “le scosse di assestamento” come le chiamava mio padre che mi spiegava che ormai il peggio era passato e la terra piano piano si sarebbe calmata, i racconti di mia nonna che faceva i paragoni con i terremoti del ’30 e del ’60, la forte preoccupazione di mia madre che non riusciva ad avere notizia dei nonni di Guardia, i suoi genitori. Il secondo giorno ci spostammo nel piazzale del convento del Buon Consiglio dove si allestivano le prime tende. Il convento si trova al Piano della Croce lungo la s.s. 303, la strada che porta a Sant’Angelo dei Lombardi, epicentro del sisma e non dimenticherò mai il via vai delle ambulanze, dei camion militari e delle grosse autobotti dei pompieri che sfilavano veloci verso il dramma. Quella notte mia sorella si ammalò e i miei genitori decisero di partire, saremmo andati a Roma dove ci avrebbe ospitato una zia di mia madre, una suora originaria di Guardia dei Lombardi che si occupava della direzione amministrativa di una clinica gestita dalle suore di Sant’Anna. Ci sarei rimasto per un mese, con mia madre e mia sorella, fin quando saremmo potuti rientrare nella nostra casa di Frigento; un mese passato a scrivere tante letterine che mio padre ogni settimana recapitava ai miei nonni rimasti in Irpinia.” .

Written by emisi75

23 novembre 2011 a 09:44

Una Risposta

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  1. Io vissi personalmente, a Montecalvo Irpino, il terremoto del 1962. Era epicentro, ero giovane e ricordo il terrore di chi aveva vissuto sulla propria pelle quello del 1930. A Trento, dove vivo, nel 1976 arrivarono le scosse del terremoto distruttivo del Friuli, dove soprattutto Gemona fu rasa al suolo e in totale vi furono circa 1000 morti. Nel 1980 ci arrivarono le tremende immagini tivù del terremoto in Irpinia e Lucania, quasi 3000 morti. E il Presidente Pertini si incazzò per l’assenza prima e i ritardi poi nei soccorsi: rimosse qualche pedina burocratica, i politici locali (v. De Mita) si resero invisibili per qualche settimana. Ma poi tornarono in sella: c’erano 25.000 miliardi di lire da gestire, tra cui 5-6.000 solo per l’Irpinia. Ma è stato fatto quel che si doveva, in termini di ricostruzioni antisismiche? E quanti centri storici di paesi sono stati abbandonati? Quanto è stato fatto male o non è stato fatto o non si farà mai? Parlavo a telefono alcuni mesi con un amico di Montella: c’era stato un convegno sui terremoti e chiaramente la percezione era che sono passati 30 anni e si approssima un terremoto di forte magnitudo. E non basta toccare ferro o invocare che Dio ce la mandi buona. Le immagini che si rivedono in questi giorni sono di distruzione e di morte, di quel tragico fine novembre 1980, dove c’entra sì la natura – la Dorsale appenninica geologicamente è ancora in formazione e quindi in evoluzione, il Friuli è cerniera nello scontro delle placche continentali -, ma anche l’uomo, che in Italia non ha voluto o saputo intraprendere la consuetudine delle costruzioni antisismiche, è responsabile di tanti morti. Ultima tragedia, dopo quella di S. Giuliano di Puglia, quella di L’Aquila, dove, se non fossero intervenuti il cemento depotenziato, il pressapochismo dei progettisti, che hanno costruito o ristrutturato dove non si poteva o come non si doveva, molte vittime non vi sarebbero state

    angelo siciliano

    23 novembre 2011 at 11:41


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