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La biglia di vetro un racconto di Lucia Marchitto

La cartella a tracolla gli sbatteva sui fianchi, Marco correva stringendo tra le mani un sacchetto di stoffa marrone legato con un laccetto. Arrivato davanti al portone si fermò di colpo respirando profondamente e, stupito, si accorse che Samuele non c’era.
Strano Samuele tutte le mattine era pronto sul portone che lo aspettava impaziente perché lui era sempre in ritardo. Con forza bussò alla porta che restò chiusa. Le nocche della mano erano diventate rosse, un rosso che tendeva al viola quasi scorticate dal lungo bussare, allora sollevò anche l’altra mano per picchiare ancora più forte, il sacchetto cadde per terra e le biglie colorate cominciarono a rotolare sulla strada.  Si affannò nella corsa e riuscì a recuperarle, le mise nel sacchetto e lo legò con forza, poi cominciò a correre verso la scuola. La campanella era già suonata, fece in tempo ad attraversare il portone, giunse che l’aula era già chiusa, tirò su i calzettoni scivolati sulle scarpe, si aggiustò la giacca e i capelli, poi aprì la porta. Tutti si girarono a guardarlo e un brusio si levò nella stanza, la maestra picchiò la bacchetta sulla cattedra, lui raggiunse il suo banco che era vuoto. Samuele il suo compagno di banco, il suo amico non c’era. La maestra aprì il registro e cominciò l’appello, i bambini compostamente si alzavano rispondendo “Presente!” per poi sedersi in silenzio. Non chiamò all’appello  Samuele e non segnò l’assenza sul registro. Marco alzò la mano, la tenne alzata per diversi minuti poi la maestra gli fece cenno di parlare: “Nel fare l’appello, Signora Maestra, ha dimenticato di chiamare Samuele, vedo che non c’è e che lei non ha segnato l’assenza” “Dimenticalo!” rispose la maestra con una voce dura e inflessibile  che non dava adito ad altri commenti ma Marco alzò di nuovo la mano e senza aspettare il permesso di parlare disse “Perché dovrei dimenticarlo? Se non è venuto ci sarà pure un motivo!” Allora la maestra prese la bacchetta e la picchiò con violenza sulla cattedra “Non ti ho dato il permesso di parlare perciò vai in castigo dietro la lavagna!”
Dietro la lavagna Marco tirò dalla tasca il sacchetto con le biglie, le contò, erano nove, ne mancava una.
Sentiva la voce della maestra, il rumore dei fogli quando venivano girati,  gli sembrava persino di sentire il rumore del pennino sui fogli. Pensava a Samuele. “Dove era Samuele?”
Quella fu la prima volta che Marco finì dietro la lavagna ma non l’ultima perché dal quel giorno fino a quando la scuola si chiuse, ogni mattina durante l’appello alzava la mano ripetendo: “Signora Maestra ha dimenticato di chiamare Samuele e non ne ha segnato l’assenza!”
Il tempo era passato,  Samuele non era più ritornato e la guerra  diventava sempre più violenta, c’erano giorni in cui non si andava neppure a scuola e forse tra non molto avrebbe chiuso i battenti perlomeno fino alla fine della guerra.
Intanto era ancora dietro la lavagna e pensava.
Pensava  che avrebbe dovuto fare finta di niente. Sua madre glielo raccomandava ogni mattina. “Stai attento, non metterti in mostra, non irritare la maestra e se ti chiede di tuo padre … tu rispondi quel che sai, che poi è la verità tu non sai dov’è tuo padre come non lo so io” Ma Marco sapeva dove era suo padre, accovacciato dietro la porta della sua stanza aveva ascoltato la madre parlare con un signore sconosciuto una sera che faceva un freddo tremendo, quel signore era avvolto in un mantello con un cappello in testa che non aveva tolto neanche dopo essersi seduto in cucina. Sua mamma lo aveva spedito subito in camera e lo aveva chiuso dentro a chiave ma con l’orecchio contro la porta era riuscito a sentire qualche parola, una parola l’aveva chiaramente sentita “partigiano” ed aveva capito che suo padre era da qualche parte sui monti ed era un partigiano. Non sapeva bene cosa volesse dire ma intuiva che era dall’altra parte dove la sua maestra non  sarebbe mai stata, dove la maggior parte della gente che conosceva non sarebbe mai stata.
Dietro la lavagna Marco pensava.
Pensava a Samuele, ai giochi e alle corse che avevano fatto insieme, pensava al loro nascondiglio. Gli tornò in mente la faccia giuliva di Samuele ma si rese conto che la faccia giuliva apparteneva a un tempo lontano perché, adesso che ci pensava, Samuele nell’ultimo periodo, prima di sparire, era triste, a volte si dimenticava persino di tirare le biglie e le mancava tutte cosa che prima, nel tempo lontano, non succedeva, non riusciva mai a batterlo tanto era preciso.
Dietro la lavagna Marco pensava: quando la faccia di Samuele era cominciata a diventare triste?  Ci pensò, aveva tutto il tempo che voleva per pensarci, la maestra quando metteva qualcuno dietro la lavagna lo lasciava lì fino alla fine delle lezioni. Samuele spesso negli ultimi tempi, prima di sparire, finiva dietro la lavagna. Cosa pensava Samuele dietro la lavagna? Non glielo aveva mai chiesto, non ci aveva mai pensato,  lui non era mai andato dietro la lavagna, prima. Allora si rese conto che era cominciato tutto assieme, un giorno le cose erano cominciate a cambiare, per le strade c’erano soldati, sui muri manifesti che inneggiavano l’orgoglio della patria, del tricolore, della forza e della necessità di una guerra, il grembiule nero che mettevano a scuola era stato sostituito dalla divisa dei giovani balilla. Lui era stato uno degli ultimi a indossarla perché suo padre non voleva. Suo padre diceva che la guerra porta solo orrore e morte e che tutti siamo uguali. Diceva “Marco, ricorda sempre queste parole: siamo tutti uguali, siamo tutti uomini, nessuna razza è migliore o peggiore delle altre, quello che conta è il rispetto. Ricorda il rispetto per ogni cosa e  per ogni uomo! Non dimenticarlo mai!” Lui non dimenticava ma non capiva, suo padre aveva sempre parlato di pace mai di guerra e adesso era da qualche parte con un fucile sulle spalle. Non riusciva a capire, ma aveva tutto il tempo per pensare dietro la lavagna.
Samuele ritornava nel colore delle biglie con la sua faccia triste e lui pensò che negli ultimi tempi, prima che sparisse, erano sempre e solo loro due a giocare  e che gli altri bambini non partecipavano ai loro giochi, anzi, qualcuno un giorno gli aveva detto con disgusto: “Samuele è un ebreo, uno sporco misero ebreo, perché ci giochi assieme?” Marco era grande e grosso, non aveva mai picchiato nessuno, mai! Ma quelle parole e la faccia triste di Samuele e il disprezzo di quel suo compagno gli avevano fatto alzare il pugno colpendolo sul muso, il sangue, rosso, era colato dalla narice, aveva raggiunto il labbro, l’aveva oltrepassato depositandosi sulla camicia. Aveva guardato il suo pugno incredulo. Lui che era un tipo tranquillo, come suo padre del resto, aveva alzato il pugno e lo aveva colpito.
Dietro la lavagna Marco pensava, pensava che aveva fatto a botte, lui che era un tipo pacifico, perché lo aveva fatto? E allora capì che  non aveva avuto altra scelta e   pensò che anche suo padre non aveva avuto altra scelta  se non quella di prendere la strada, percorrere il sentiero e nascondersi tra i monti con in braccio il fucile. E pensò anche che suo padre era triste e addolorato e arrabbiato perché doveva fare qualcosa che mai avrebbe voluto fare,  perché gli uomini, come i bambini, sembravano aver perso ogni ragione, che la ragione stessa fosse stata persa.
Dietro la lavagna Marco pensò a suo padre e lo vide triste come Samuele quel giorno.
A Marco parve di capire che da quel giorno  Samuele avesse iniziato ad avere la faccia triste. Avrebbe voluto dire tutto questo a Samuele, dirgli che finalmente aveva capito suo padre.
Ma adesso Samuele non c’era.

Samuele davanti al portone aspettava impaziente, Marco il giorno prima aveva promesso che gli portava a far vedere ben dieci  biglie colorate che aveva ricevuto in regalo, aveva anche detto che erano bellissime, che mettendole controluce brillavano. Marco come al solito era in ritardo. Poi una camionetta militare si era fermata proprio lì, davanti a lui, erano scesi due militari, avevano stivali chiodati e pistole nella cintola, uno l’aveva afferrato per un braccio, l’altro con un calcio aveva spalancato il portone  trascinando fuori  suo padre e sua madre. Le sue sorelline, i suoi nonni e le zie, venivano spinti da un terzo militare che lui non aveva visto e che puntava loro addosso una pistola. La camionetta era piccola, non ci  stavano tutti, così erano saliti solo i nonni e le sorelline che piangevano, chiamando a squarciagola i genitori che insieme a lui e ai due militari si incamminarono lungo la discesa. Avevano appena svoltato l’angolo quando Samuele vide una biglia colorata rotolare lungo la strada, veloce si abbassò e la raccolse.
Stipato in quel vagone di treno sentiva l’odore dei corpi, il respiro divenire faticoso, le gambe indolenzite. Il treno proseguiva la sua corsa senza mai fermarsi, sentiva lo sferragliare delle ruote sulle rotaie. Il sudore freddo gli bagnava la faccia, non riusciva più a trattenersi aveva bisogno di andare in bagno ma il vagone era stipato di gente, non si riusciva a camminare, a muoversi in quel cerchio ristretto di spazio che occupava il suo corpo. Il treno impazzito continuava a correre. Si addormentò e fece un sogno e nel sogno giocava a biglie con Marco e diceva “Aspetta” a Marco “torno subito” e si abbassava i pantaloni e la pipì iniziava a scorrere, scorrere e non riusciva più a smettere di urinare. Si svegliò di colpo, il calore dell’urina si era sparso dalla pancia lungo le gambe. Si rannicchiò contro la parete del vagone si mise la testa fra le gambe e pianse di vergogna.
Samuele non ricordava quanto fosse durato quel viaggio, quando scese la terra sotto i piedi, ferma, immobile, gli fece una sensazione strana, camminava come se fosse la prima volta. Poi alzò gli occhi e vide quella colonna umana che trascinava i piedi sotto il cielo grigio. Un odore acre di fumo gli arrivò fin dentro le narici. Arrivati oltre il cancello le persone venivano spogliate, Samuele si ricordò della biglia la prese e la nascose sotto la lingua.
Aveva dieci anni Samuele, era alto e forte, e  fu  messo subito a lavorare, un lavoro duro e pesante e massacrante che cominciava al mattino e terminava solo la sera, aveva i calli alle mani, i piedi pieni di vesciche e sulla testa quel cielo sempre grigio e freddo e umido. La sera steso sulla dura cuccetta tirava fuori la biglia e ne ammirava i colori. Pensava a Marco, alle loro partite, alle corse sulla strada, a quella strada piena di vetrine e di panni stesi ad asciugare e di radio che cantavano e pensava alla scuola, al giardino col grande pioppo dove un giorno lui e Marco avevano scoperto un nido con dentro due minuscole uova bianche. Non le avevano toccate, solo guardate. Pensava a Marco al loro nascondiglio appena fuori dalla scuola dove finiva il giardino, appena dopo il pioppo, appena dopo il recinto,  tra i rovi. Lo avevano scoperto un giorno correndo dietro ad una lucertola ed era perfetto, era una piccolo varco scavato nel tufo. Stavano lì a parlare per ore. Spiando tra i rovi si vedeva il cielo azzurro solcato da stormi di uccelli.
Avevano stretto un patto in quel nascondiglio lui e Marco, avevano messo la mano destra l’una sull’altra e la sinistra sul cuore  “Giuro che sarò tuo amico per sempre, finché morte non ci separi”
La sera Samuele ammirava la biglia, la stringeva nella mano, chiudeva gli occhi e quel mondo grigio spariva.
Pensava a Marco e sapeva che un giorno si sarebbero ritrovati.
E poi un mattino si svegliò e c’era un silenzio, un silenzio strano, irreale, si svegliarono anche gli altri e puntarono i loro occhi vuoti contro la porta che rimase serrata. Stettero immobili non sapendo cosa fare. Poi qualcuno si alzò, si avvicinò alla porta spiò dalla serratura la strada deserta. Non fu cosa facile aprirla quella porta ma quando uscirono all’aperto si guardarono intorno stupiti di non scorgere neanche un soldato, i soldati, i loro carcerieri, non c’erano. Altra gente uscì dalle baracche e tutti insieme col passo stanco si avviarono verso il cancello. E poi si sentì un rumore assordante e  un carro armato mostrò il suo muso e poi un altro e un altro ancora e scesero tanti soldati ma non avevano le divise dei loro carcerieri e li guardavano con dentro agli occhi un misto di incredulità, pena e orrore. Samuele si chiese perché,  lo capì solo più tardi quando si specchiò nell’acqua di un catino e non si riconobbe. Sembrava un fantasma, pensò che forse era morto ma poi toccò la biglia dentro la tasca, la tirò fuori e la vide brillare e fu contento di essere vivo.

Marco sentì la gente parlare concitata e uscire per le strade, corse anche lui e si unì alla folla, sventolavano le bandiere, un coro si alzava nell’aria “E’ finita! La guerra è finita!” E incominciò a ridere e a correre e giunse fino al nascondiglio in mezzo ai rovi, sperando di trovare Samuele.
Ci tornò tutti i giorni sempre correndo e poi un mattino aprì la porta e nella cassetta della posta trovò una busta, l’aprì, c’era un biglietto e  una biglia di vetro colorata, identica alle nove biglie che aveva nel sacchetto.

Written by luciamarchitto

27 gennaio 2012 a 18:38

Pubblicato su Scrittura, Varie

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Una Risposta

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  1. scusate il grassetto e il neretto: non era nelle mie intenzioni fare un carattere siffatto ma non sono riuscita a modificarlo.

    luciamarchitto

    27 gennaio 2012 at 18:40


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