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Una grande mostra nel carcere borbonico, la prima volta

Immagine

la pietra di boiara, disegno di vito de nicola

di Vito De Nicola /   Una grande mostra nel carcere borbonico, la prima volta...*

Pessime consuetudini portano, spesso, a pensare le tante terre di mezzo dell’Italia appenninica, come vasti e sconosciuti territori da oltrepassare per un altrove più promettente e felice, deserti da attraversare in fretta per arrivare da una costa marina all’altra, dal Tirreno all’Adriatico o allo Ionio e viceversa. Così succede che un forte senso di oblio, una superficiale noncuranza inducano ad ignorare meravigliose valli animate da paesaggi agrari storici di rara bellezza, seppure inselvatichiti dall’abbandono o dall’incuria, antichi percorsi, suggestivi borghi, castelli e villaggi, casali e abbazie e monasteri, pievi, che nascondono al loro interno ignoti capolavori, freschi frammenti d’arte, piccole opere d’artigianato artistico, sovente dal fascino struggente. Una cultura materiale densa di oggetti di manualità creativa, di brani di pura genialità attinenti a varie epoche storiche, obliterata dal grigio cemento della caotica agglomerazione suburbana, che ibrida, consumandoli, territori sempre più vasti e li espone anche all’aggressione continua, crescente, di improvvise catastrofi naturali e delle furibonde emergenze che ne conseguono. Isolate, nel chiuso di qualche loro prigione oscura o dorata, spesso nascoste alla vista o osservate in condizioni poco idonee, troppo da lontano, eccessivamente da vicino, in spazi angusti, absidi oscure di chiese, ancone di altari ridondanti di decorazioni, ambienti riservati di conventi o palazzi, non sempre queste opere riescono a manifestare appieno tutta la loro potenzialità espressiva e narrativa, pur permanendo nei loro contesti. Nasce così, senza enfasi,  l’occasione speciale di un’esposizione di opere poco conosciute, in una delle terre intermedie, l’Irpinia, cuore fragile dell’Appennino meridionale, che tende, coniugando esigenze di tutela e fruibilità collettiva, ad una comprensione immediata e ravvicinata, profonda, di tanti episodi d’arte eterogenei, sfuggiti al degrado, sopravvissuti a terribili disastri o incauti restauri, emersi d’un tratto, come dal nulla.

Dove ambientare il racconto che queste opere, tutte insieme per la prima volta, promettono? Adattare a spazi espositivi le ampie camerate dell’ex carcere borbonico di Avellino, nato come luogo di penitenza per detenuti in un periodo storico in cui si cominciava a pensare che il progresso umano dovesse essere inarrestabile e la vita fosse fatta di varie fasi che, inevitabilmente, avrebbero portato a quella finale dell’armonia, viene quasi naturale. Le rigorose geometrie dell’edificio ottocentesco, le sue forme semplici e pulite, i suoi vigorosi volumi di mattoni rossi e pietra calcarea e vulcanica, seppure immersi nella selva confusa della pervasiva edilizia circostante che ormai lo sovrasta, con le fredde superfici bianche dei suoi interni appena recuperati, ammiccano al variegato e composito compendio di opere del patrimonio artistico proveniente dalle tante valli della provincia. Le recenti tendenze a sostenere che tutto è museo, ogni contenitore può diventare uno spazio espositivo[1] agevolano la scelta, rendendola un’operazione di automatica semplicità. Ha qualcosa di nuovo, anzi d’antico. Immaginare un posto dove tante opere d’arte possano essere esposte, conosciute e godute da tutti è un po’ rendere evidente il legame tra passato e futuro, tra passato remoto e passato prossimo, costruire un ponte tra storia e contemporaneità, incontrando città e territorio col loro tessuto storico-produttivo.  Non erano forse altrettanto semplici gli assunti esposti nel Panopticon del filosofo utilitarista Jeremy Bentham, che aveva ispirato l’ideazione della struttura, sulla maggior felicità possibile per il maggior numero di individui ed elementare, quasi banale, l’idea di creare l’armonia tra gli interessi pubblici e quelli privati, di trovare un metodo per far coincidere le esigenze dell’individuo con quelle della comunità[2]? Semplicemente ingenua era anche l’utopia del piccolo impiegato francese di Besançon[3], che, qualche anno dopo, nello stesso periodo in cui veniva costruito il carcere borbonico, immagina che le azioni degli esseri umani non siano determinate dal tornaconto economico ma dalla attrazione passionale e propone il suo modello di città ideale, da sostituire a quella presente disordinata e triste. E tutte le sue fantasie sulla vita e la proprietà interamente collettivizzate; l’abbandono delle città, la creazione di grandi edifici collettivi chiamati phalanstères, ove la vita si svolge come in un grande albergo, con i vecchi alloggiati al piano terra, i fanciulli al mezzanino e gli adulti nei piani superiori. Attrezzature comuni e impianti centralizzati rendono funzionali ed economici edifici simmetrici, con tanti cortili e numerose entrate, sempre sull’asse dei vari corpi di fabbrica; la corte centrale vigilata dalla Tour de Ordre, con l’orologio e il telegrafo ottico e strade-galleria, strade per le vetture, scale, scaloni collegano orizzontalmente e verticalmente l’edificio in maniera geometrica e razionale[4]. C’é qualcosa anche del falansterio nel carcere borbonico, edificio collettivo concepito però per una comunità coatta, dove dalla torre centrale si ha un controllo assoluto sulla vita dei reclusi. Una scheggia d’utopia realizzata in un piccolo centro urbano da poco divenuto capoluogo di una provincia sconosciuta del regno, piena di boschi, di posti remoti e misteriosi, priva di strade e collegamenti, che ambisce a diventare una cittadina.

Sì, con un po’ d’immaginazione, anche il vecchio edificio penitenziario, con i suoi freddi padiglioni, nato da una lunga serie di ingenue teorie illuministe e illusioni romantiche, da simbolo del potere assoluto della monarchia borbonica e luogo di sofferenza per patrioti e briganti, assassini e camorristi, sopravvissuto a tante catastrofi e scampato per miracolo alle ruspe già pronte a demolirlo agli albori degli anni Ottanta del Novecento, persa la propria funzione, può ora assurgere a simbolo della storia della intera provincia. Unico edificio storico rimasto integro nel ventre di una città sconvolta dalla selvaggia espansione edilizia degli ultimi decenni, dalla ricostruzione più che dal terremoto del 1980, al termine di una lunga ed esemplare opera di recupero condotta dalla soprintendenza con fondi statali ed europei, quasi ostenta tutta la sua  indubbia valenza culturale, rivelandosi un importante caposaldo nel processo di valorizzazione e promozione del patrimonio storico e culturale di un’ampia zona compresa fra l’entroterra campano e le regioni adiacenti. Prova a concretizzare il riuso dei suoi vasti spazi pieni di luce, a disegnarsi un destino di metaforica struttura di collegamento col territorio, le terre di mezzo, in gran parte ancora adesso inesplorate, a coniugare le sue forme semplici con quelle raffinate dell’arte del passato che emerge, chiede di essere conosciuta. Prova a guardare davanti a sé con “l’impressione che gli itinerari di felicità si siano sempre più diradati”[5].

“Alla pinacoteca e al museo del Risorgimento, all’emeroteca (…) nel secondo padiglione e nei saloni delle ex officine, si aggiungono i suggestivi ambienti del terzo livello dei padiglioni nord destinati a spazi espositivi per mostre temporanee”[6], recita uno scarno comunicato stampa della soprintendenza riprendendo brani delle relazioni del più recente progetto di recupero funzionale. Ed é proprio in questi spazi che si svolge, per la prima volta, il grande evento: le celle collettive dei padiglioni maschili, che hanno ospitato promiscuamente decine di detenuti, crogiuolo di inaudite sofferenze, con i loro spazi comuni, corridoi disimpegni e servizi, diventano luogo di accoglienza per opere d’arte, realizzate nell’arco di diversi secoli, tra le valli e sui monti dell’intera provincia.

Ad un’impostazione di carattere cronologico della mostra corrisponde anche un’attenta contestualizzazione geografica, ma sono le opere, concreta fonte d’ispirazione del progetto espositivo, a determinare e definire, con il fascino che emanano, le caratteristiche dell’allestimento. La necessità di valorizzare l’intero edificio e la sua particolare tipologia, con la struttura planimetrica esagonale ripresa dall’architettura dei lazzaretti, atta a garantire, insieme alla sicurezza, anche un elevato livello di salubrità ed interrelazione fra i detenuti, interagisce, tuttavia, con l’articolazione funzionale dei percorsi portandoli ad incontrare i caratteri distintivi dei diversi ambienti emersi dal restauro e a narrare interessanti brani di prosa edilizia ottocentesca. Tra le finalità dell’iniziativa vi è, dunque, non celato, l’intento di promuovere il complesso monumentale del vecchio carcere, concentrato di differenti funzioni, per  future iniziative culturali di ampio respiro[7].

Diventano, così,  evidenti anche i criteri che sottendono alla logica del progetto. La sobrietà dei percorsi immaginati presuppone l’assenza di dispersive suddivisioni in settori, artificiosi ostacoli al lineare svolgimento delle visite, dislocando le aree di sosta e di riflessione nei principali punti di snodo, ovvero disimpegni e corridoi in prossimità delle scale. Senza indugiare nella descrizione del lessico costruttivo delle sale o enfatizzarne gli aspetti estetici, le strutture allestitive non ne obliterano, tuttavia, la vista e la percezione spaziale, attirando l’attenzione del visitatore, che permane, per tutto il percorso, in costante contatto visivo con l’edificio recuperato. E continua ad avere la piena coscienza di vivere, per la prima volta, un evento di particolare eccezionalità immerso dentro un contesto architettonico che, privo di involucri ingombranti, viene disvelato nella sua semplice e cruda essenza. I materiali adoperati e la scelta dei colori sono funzionali a questa sobrietà di fondo; dalla nudità delle pareti intonacate e dipinte di bianco, che lascia affiorare, in ogni ambito, la scansione regolare delle finestrature chiuse da robuste cancellate di ferro, si arriva al nero antracite delle esili ma solide strutture di supporto alle opere. Con discreti contrasti di colori, chiare le pareti scure le strutture espositive e colorate le opere d’arte, si svelano gli elementari accorgimenti studiati per valorizzare le peculiarità essenziali di queste ultime. L’illuminazione, adeguandosi alla logica minimalista dell’esposizione, si appoggia al preesistente impianto illuminotecnico installato nelle sale; contempera le esigenze di misurata semplicità, senza eccessi o ridondanze, riservando speciali cure solo alle opere di complessa particolarità, come la Madonna in terracotta dipinta o i sepolcri marmorei dei Gesualdo.

La mostra si apre con una sezione introduttiva che introduce il visitatore nel contesto ambientale di riferimento attraverso exhibit multimediali, che sollecitano l’immersione visiva nel territorio, con immagini dei posti di provenienza delle opere, delle loro adiacenze, ricostruiscono, idealmente, il circuito dei beni culturali della provincia. Evocano e rendono virtualmente vicini, accessibili, quasi reali, chiese conventi musei palazzi che hanno prestato i loro capolavori per la mostra. Instillano curiosità. Poi l’esposizione si sviluppa secondo il percorso cronologico che dal Medioevo e dal Rinascimento, attraverso la Maniera e il Naturalismo arriva al Barocco, dedicando a ciascun periodo due tipologie di ambienti. La perfetta simmetria centrale della struttura agevola senz’altro la funzionalità e il controllo del flusso delle visite. Unico artificio vero, adottato per rispondere all’esigenza di sentire costantemente gli spazi dei quattro padiglioni nella loro integrità volumetrica, é la riproposizione di un gioco, quasi ’barocco’, di illusione ottica, creando, al centro di ognuno dei lunghi bracci, un ambiente isolato che, pur mantenendo integro l’aspetto della sala, grazie al rivestimento delle sue pareti con materiali acrilici a specchio, ne riflette l’altra metà nascosta, facendola percepire come la parte mancante. All’interno di questi highlights box, trovano posto, di volta in volta, opere d’arte dei diversi periodi ’isolate’ dalle opere coeve per coglierne la particolarità o, in certi casi, l’unicità, creando atmosfere rarefatte: un ambiente soffuso dove l’attenzione può focalizzarsi solo sulle opere esposte, poiché tutto il resto è in ombra. All’esterno, invece, si sviluppano le sale espositive suddivise per i diversi periodi storici. La decisione di dare enfasi all’opera, dipinto su tavola e tela, scultura o reperto in pietra e marmo, riducendo all’essenziale l’impatto del supporto, vuole indurre il visitatore a concentrare l’attenzione su quest’ultima, anche se lo spazio che la contiene, in nessun momento, al di fuori degli highlights box, é occultato alla vista. L’esilità delle strutture di sostegno assicura, con la stabilità,  anche una discreta flessibilità espositiva. Gran parte delle sculture sono su basi  geometriche, cubi o parallelepipedi nero antracite, come a galleggiare metafisiche negli ambienti nudi dell’architettura che le contiene; poche sculture sono sistemate senza alcun basamento, quasi a richiedere un rapporto diretto con il fruitore. Piccole aree di sosta, infine, consentono pause di riflessione ed approfondimento; un percorso limitato a venti opere con scrittura in Braille é dedicato a visitatori non vedenti[8].

Il minimalismo dell’allestimento non fa che esaltare la struggente bellezza delle opere, rendendo un dovuto omaggio anche alla loro testarda voglia di sopravvivenza alla serie di catastrofi, alla dura scansione di eventi che ha caratterizzato la storia di questi luoghi, dove la natura, per quanto bella, dimostra i caratteri peculiari della sua fragilità. Portano, tutti questi posti,  nomi di fiumi o torrenti, di montagne, di colli o boschi, di sassi e macigni: il Clanis, il Cervaro, l’Ofanto, il Monte Vergine, l’altopiano del Formicoso, la valle d’Ansanto o la Pietra di Boiara. Vicini, adiacenti, ma richiusi ognuno nel proprio guscio angusto, per secoli incomunicabili tra loro, forse avviano un dialogo attraverso il linguaggio dell’arte?


[1] Cfr. K. Smith Color Still, s.l. 2011

[2] Cfr. B. Russell, Storia della filosofia occidentale, Quarto Volume, da Rousseau ad oggi, Milano, 1970 (finito di stampare da Il resto del Carlino officine Grafiche Bologna nel febbraio 1970… )

[3] Cfr. R.Massari, Charles Fourier e l’utopia societaria, Roma, 1989

[4] Cfr. L. Benevolo, Storia dell’architettura moderna, Bari 1973

[5] A. Breton, Poesie, Torino, 1967. Nella sua Ode a Charles Fourier, del 1945, André Breton trasmette tutto il suo amaro disincanto sulla situazione mondiale che sembra smentire tutte le profezie…

“Ma guardando davanti a sé s’ha l’impressione che gli/itinerari di felicità si siano sempre più diradati/Indigenza malignità oppressione massacro sono sempre gli stessi/mali dei quali hai bollato la civiltà col ferro rovente/E’ stata una presa in giro Fourier ma bisognerà bene che si assaggi un giorno /volenti o nolenti la tua medicina…” [Mais en regardantd’arrière en avant on a l’impression que les/ parcours de bonheur sont de plus en plus clairsermés/Indigence fourberie oppression carnage ce sont toujours les/ mêmes maux dont tu as marqué la civilisation au fer rouge/Fourier on s’est moqué mais il foudra bien qu’on tâte un jour/ bon gré mal gré de ton remède]

[6] Cfr. Nota alla stampa del 20 febbraio 2009, n. 5019: L’intervento della Soprintendenza per i BAP all’ex Carcere borbonico di Avellino; e anche relazioni del progetto esecutivo e delle successive varianti: Lavori di completamento, restauro e recupero funzionale dell’ex Carcere borbonico di Avellino AV-AK01 – II Atto Integrativo all’APQ Infrastrutture per i Sistemi Urbani

[7] Cfr. Disciplinare di gara per l’allestimento e l’assistenza tecnico-scientifica della mostra

[8] Il progetto e l’esecuzione dell’allestimento espositivo della mostra sono della ditta Space S.p.A. di Prato.

* In, Capolavori della Terra di Mezzo. Opere d’Arte dal Medioevo al Barocco (catalogo della mostra a cura di A. Cucciniello, Avellino ex carcere borbonico 28 aprile – 30 novembre 2012), Napoli, arte’m, 2012,  pp. 266-269.

 

 Capolavori della Terra di Mezzo. Opere d’Arte dal Medioevo al Barocco, sul GIORNALE DELL’ARTE. Ecco il link:
 
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