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terre, paesaggi, piccoli paesi / il blog dei borghi dell'Appennino

THE END

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Non è un azzardo dire che gli attacchi sono stati decisi con precisione inaudita. L’occhio fisso all’orologio. Quando si procede per queste strade i tempi sono essenziali, fondamentali. Si cronometra al secondo. Quello che doveva essere lo scopo finale, gli obiettivi sensibili da colpire, doveva essere raggiunto e raso al suolo senza alcun ripensamento. A monte la preparazione è minuziosa. Ogni cosa al momento giusto, il “progetto distruzione” doveva, però, essere percepito poco o niente. Meglio niente. Per questo si è tentato di sviare l’attenzione su altri argomenti. Si è cercato di fare disinformazione. Si è mossa la gente verso altri problemi. Si è alzata la polvere attorno a casi creati ad arte. Ogni passo da fare viene contato, come se non ci si potesse allontanare mai dallo scopo. Vietato tornare indietro. Quando si prende una decisione, qualunque essa sia, a qualunque costo, questa deve essere portata a termine. Eppure sembra una giornata come tante. Il periodo è lo stesso. Anche il tramonto sembra uguale. Settembre. Forse anche la data è evocativa. Ma il forse in questo caso è un eufemismo. Sembra tutto uguale ma lo scenario è diverso. Si snoda e si lancia a milioni di kilometri da Manhattan. E’ l’undici settembre. L’undici settembre delle genti d’Irpinia.

Non è un pensiero assurdo. A pensarci bene, ognuno di noi ha un undici settembre. È quando si ha la consapevolezza che qualcosa cambierà per sempre. E qualcosa cambierà uccidendo quel che resta della speranza. Sembra una scena in cinemascope, un film drammatico. Eppure è tutto reale. Una realtà che ci fagocita in questo incubo dalle proporzioni ancora non correttamente valutate. Noi, attori senza copione, comparse senza un perché. Ci vedete? Dal caldo delle nostre case siamo stati cacciati con violenza e portati nelle piazze più grandi dei nostri paesi. Costretti a guardarci in faccia, gli uni con gli altri. A salutarci, a darci l’addio prima di non poter più neanche parlare. Abbiamo gli occhi perduti. Generazioni che si ritrovano a vivere lo stesso momento di terrore. Uomini, donne, bambini, anziani. Alcuni non sanno bene cosa stia succedendo, ma il resto della gente sa, comprende. Forse comprendere è il dramma più lancinante. Quello che ti spezza le forze e ti costringe a metterti in ginocchio, anche se non vorresti. La percezione della sconfitta è forte, quasi nauseante. Nelle piazze il silenzio è assordante. Ammutoliti, piegati su noi stessi, qualcuno piange, altri si tengono per mano, altri ancora lanciano gli ultimi urli in pasto al vento. Il sibilo che crea, nelle fessure delle vecchie case, è come una sirena che annuncia l’arrivo della “fase finale”. Quei pochi che si sono spesi, che hanno combattuto, che hanno cercato di non arrendersi davanti all’evidenza di una fine annunciata, passano tra la folla e si fermano a parlare, a stringere mani, a carezzare volti, ad abbracciare chi piange. Alcuni prendono in braccio i bambini, cercano di sorridere sforzati, simulano anche qualche faccia buffa. Eppure sono loro che moriranno per primi. Ma non importa, non ci fanno caso. Per loro la morte è arrivata quando hanno compreso che non sarebbe servito a niente salire sulle barricate. Eppure sono saliti lo stesso e ci hanno provato. Le piazze sono collegate tutte a due grandi strutture, distanti l’una dall’altra, ma avvolte da fili e candelotti di dinamite in maniera equivalente. Si attende la miccia. Non si sa dove sia ma tutti sanno che c’è. Le strutture esploderanno e collasseranno in sincrono, mentre tutti non sanno più cosa fare, mentre tutti sono consapevoli di morire. Una morte programmata, calcolata, prevista, voluta, quasi pretesa. L’ora è arrivata. Il vuoto che aleggia sembra crescere a dismisura. C’è chi abbozza una preghiera, poi si blocca, ripiomba il silenzio. La lancetta si ferma all’ora esatta e da lontano si avverte un giro di fogli. Qualcuno che volta delle pagine. Poi un gettito d’inchiostro ed una firma. La miccia è accesa. Non ci resta che fare il conto alla rovescia. Tre, due, uno, zero. Dei piccoli lampi di luce saettano nel cielo. Scie che annunciano destini perduti. Un fumo carico di cenere si espande dalle basi di ingresso. Si crea una nuvola plumbea ed i due Tribunali, di Ariano Irpino e Sant’Angelo dei Lombardi, vengono giù come se fossero di carta pesta. Nello stesso momento un nuovo terremoto scuote le piazze che implodono a loro volta. Contenimento costi raggiunto. L’economia vince sulla giustizia, che paga il prezzo più alto. E’ una costante di questi tempi. Giustizia negata che si trasforma in un futuro cancellato. Tutto si sfalda, niente si salva. Neanche un misero pezzo. Ecco la fine, la fine dell’Irpinia “decretata con decreto”. The End

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Written by emisi75

17 settembre 2012 a 06:30

Pubblicato su Varie

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