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ROSANTICO

1. nido...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un nuovo racconto dello scrittore architetto irpino VITO DE NICOLA  (accompagnato da un suo acquerello) scritto per il catalogo della mostra Rosantico in corso al Museo Archeologico Nazionale di Paestum.

Rose selvatiche …*

Uno scricciolo minuto scoprì per caso l’incanto dorato di quel posto silenzioso. Sulle pendici di una piccola altura chiamata la Costa di Paal, ai margini del ruscello detto di Sant’Arcangelo: perastri e una selva di prugnoli e ciliegi; al riparo dal vento e lontano dalla confusione… Le ali e i fianchi d’un castano barrato, la coda a punta sempre ben alzata a mostrare l’addome chiaro, con dei piccoli tratti neri, adora muoversi agile, a scatti veloci… Ha costruito il suo nido sferico con vera maestria tra i rami ispidi del cespuglio di rose selvatiche: una piccola apertura, un groviglio di steli d’erba secchi, di rametti e di muschio ingiallito… Conosce le vicende di Limmershin, del racconto di Kipling… lo scricciolo d’inverno sbattuto dal vento sul piroscafo in rotta per il Giappone, che narra la triste storia della foca bianca nel mare di Bering e si sente, perciò, anche lei grande narratrice. E, una sera di maggio, nel caldo guscio del suo rifugio, mentre fuori è un orrido scompiglio, attacca a parlare ai suoi piccoli impauriti e spavaldi: non vogliono dormire, adorano l’avventura, la testa immersa sotto le tiepide piume delle ali di mamma…

All’inizio è una memorabile tempesta nell’oceano Pacifico, all’estremo oriente della terra; un uccellino, salvo per miracolo, trova rifugio nella cabina del comandante… eccetera eccetera… Infine arriva sui bordi limacciosi e verdastri della fontana delle Ische di Niso, ai margini del campo… tra virgulti di olmi e pioppi, intrichi di canne e giunchi. Incalzano, i piccoli; sono ansiosi di sapere cosa c’è oltre la siepe, di là dai caprifogli… Tutta la valle, dice, è solo un lembo di terra ai margini del mondo, multiforme e vario: profili aspri, con rupi scoscese di sassi e macigni, diventano d’un tratto morbidi colli d’argilla, spogli e battuti dai venti… poi forre intricate e boscaglie impenetrabili. Una volta, ma non tanto tempo fa, le pianure di valle appartenevano al grande fiume che vi scorreva impetuoso e le sue piene, d’inverno, inondavano le golene e cambiavano continuamente il corso dell’acqua; le pendici delle colline, invece, erano tappezzate di piccoli poderi che salivano salivano, disegnando geometrici vestiti d’arlecchino fino in cima. Pullulavano di contadini e bestie, di uccelli. Vigne, campi di grano e biade, distese di fieno ed erba greca, campicelli di mais, filari di mandorli e meli, ulivi; mutavano a seconda delle stagioni. L’estate le coglieva nude, gialle e ocra, punteggiate dai covoni… L’abbandono dell’uomo le ha rese selvagge e disadorne; ora predomina la macchia e il bosco ceduo; roverelle ginestre biancospini pruni a perdita d’occhio. Sui fianchi sensuali della collina, lungo il sentiero tortuoso che risale il crinale, il vecchio casone, come lo chiamano ancora, era, prima del disastroso terremoto che l’ha fatto crollare, una massiccia costruzione di pietra; per secoli, un sicuro rifugio per contadini e braccianti. I suoi resti ora s’intravedono appena, nascosti nella vegetazione della radura, una presenza silenziosa. Solo muri sbreccati e un cumulo di pietre muschiose…

Da lì si domina tutto il vecchio campo, una volta coltivato a grano da gente ostinata, col bidente e la zappa. E’ un pezzo di terra abbandonato, bruciato dal sole… brughiera incolta. Vi passano greggi di pecore e capre, a primavera, quando ricresce erba fresca. Ma in genere scorrazzano indisturbate famiglie di cinghiali, tassi. C’era una vecchia vigna di uve bianche e nere… deliziose, con cui veniva un vino moscato dal profumo di miele. Lo scavo fortuito, raspando per terra, restituisce qua e là resti di ceppi e radici, sarmenti e tralci bruciati. Affiorano ancora, nel campo, ciuffi di origano o salvia, ma non c’è più traccia dei candidi gigli e dei crisantemi o le piante dei fichi neri; spariti gli arbusti pungenti di uva spina. Abbondano, invece, gramigna, orzo e avena selvatici; distese di centauree delle colline e solstiziali, fiordalisi delle spiagge e stellati, tutti semi portati dai venti di ponente, che, quando soffiano dal mare, scavalcano anche le catene montuose. Sporadici, nell’inestricabile groviglio, emergono come candelabri accesi gli ampi fiori giallo arancio, aguzzi come chiodi, dello scolimo di Spagna; inconfondibili, svettano i fiocchi rosei di onopordo d’Illiria. E cardi, cardi a non finire; è il regno dei cardi. Cirsi lanosi e dei ruscelli; mantelli violetti di cardi mariani. Per tutta la primavera, il campo con la sua vegetazione ricca di fiori variopinti attira schiere di insetti da ogni parte. Ma poi, le arsure estive di luglio e agosto, lo rendono una distesa desolata di sterpi, esposta agli incendi. Anche la casa e il giardino, lasciati dall’uomo, sono dominio incontrastato del bosco e dei suoi abitanti. Le capinere vivono nel glicine; cince e passere condividono gli anfratti dei muri, coi loro nidi di erba secca e sterpaglie; fringuelli e verdoni si sono stabiliti nel folto dei cipressi. Un timido assiolo arriva la sera a far sentire la sua nota monotona e flautata, triste; nelle notti di quiete fa le sue incursioni una spaventosa civetta…

E noi siamo qui, conclude lo scricciolo minuto che legge negli occhi sbarrati dei piccoli il terrore e il luccichio delle lacrime, la paura di essere presi e portati via dai terribili uccelli di Minerva dagli occhi di fuoco che si svegliano al crepuscolo e girano di notte lanciando urli paurosi che fanno rabbrividire. I cespugli delle rose selvatiche sono la nostra vera salvezza. La rosa bianca di bosco, che chiamano mascarina, e la rosa selvatica rossa, coi loro terribili rami irti di spine ricurve e pungenti. Enfatizza. Combattono ogni giorno per resistere alle vitalbe infestanti, alle edere tenaci e ai feroci rovi… per crescere al riparo del muro, vicino ai ciliegi. Lo fanno anche per noi. Sono tante le specie di rose selvatiche, tante le varietà dei loro colori, bianco rosa giallo vermiglio e finanche violetto; ogni terra ha la sua rosa selvatica. Tutti le amano, ma ne temono i graffi dei rami spinosi; nessuno osa avventurarsi nei loro intrichi. Persino api e bombi esitano a ronzare tra le fragili corolle dei loro fiori. Solo noi scriccioli ardiamo farci il nido. Allora i piccoli tirano sospiri di sollievo e finalmente s’addormentano… sovrappensiero. E, mentre ancora la mamma racconta di antiche credenze sui poteri taumaturgici della radice della rosa di bosco contro la rabbia canina, sognano, acquattati in soffici giacigli di petali profumati, morbide lenzuola di velluto… i loro occhietti vispi scrutano le rose scarlatte deposte nel sarcofago del re bambino Tutankhamen dalla sua giovane sposa; tornano dall’oriente sulle navi dei crociati, nell’aria densa degli effluvi di rose mistiche delle stive; storditi dai profumi dell’acqua di rosa dalle mille virtù, dai sapori dolciastri dei decotti di fiori dei medici arabi. Si sentono al sicuro nel tepore del loro nido, ancorato saldamente ai cespugli protetti dal vecchio muro; una vera trincea di corde spinose a difesa della loro casa, riparata dai venti gelidi e dai predatori. Non vedono i fulmini, né sentono i paurosi tuoni, il vento e gli scrosci d’acqua, il diluvio notturno della tempestosa notte di primavera, nera e sublime…

Il risveglio è dolce, di primo mattino, nel sottobosco scosso dalla pioggia. La giornata comincia noiosa e svogliata… afa e nubi nere nel cielo biancastro. Tutt’intorno, la terra è imbiancata di petali caduti dai ciliegi, disegnano cerchi d’ombra bianca. Già lo scricciolo svolazza negli intrichi della vegetazione, rovista nel terreno a caccia di piccoli insetti. Invisibile. Il suo canto è squillante, armonioso, un trillo acuto e potente, chiaro. Si sporge dal nido un piccolo. Scruta, curioso, le pietre, i loro licheni giallastri; indaga i misteri del giardino dimenticato dal mondo, la quiete della casa diroccata, la chioma candida dei peri selvatici appena fioriti; i grappoli di frutti rosso vivo, sopravvissuti all’inverno, ancora coperti da ragnatele argentate, abbandonate da tempo. Lo spineto bagnato, esala odori di terra, profumi intensi dai nuovi boccioli. Con i ragni, sono fuggiti dai cespugli di rose anche le colonie di afidi e le perfide formiche; persino le coccinelle evitano di avvicinarsi troppo al nido degli scriccioli… come osmie e vespe. Dall’interno, attraverso gli sterpi, arriva un pigolio di pulcini ancora assonnati, sommesso, pigro. Sembra di essere nel cuore del bosco. Ma è un’illusione. E’ soltanto un casolare diruto, in un campo incolto. Rose selvatiche e scriccioli provano a sopravvivere, insieme… Lontano, di là dal fiume, il sentiero si perde in una indistinta bruma gialla di ginestre e sagome azzurrognole di monti lontani. Tra macchie, cespugli, boschetti e radure sorgono e sprofondano pendii bruschi e burroni profondi. Oltre, c’è il cielo luminoso a oriente e la foschia color cenere di altre colline… altri mondi sconosciuti…

Vito De Nicola

*in ROSANTICO natura, bellezza, gusto, profumi tra Paestum, Padula e Velia (catalogo della mostra a cura di A. Campanelli – Capaccio, Museo Archeologico Nazionale di Paestum 23 marzo- 31 ottobre), Napoli, arte’m, 2013, pp. 97-100.

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2 Risposte

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  1. il tuo stile è sempre molto suggestivo ed evocativo…complimenti, davvero bello!!!

    rosetta

    6 aprile 2013 at 16:29

  2. caro Nicola non ti conoscevo sotto questo aspetto ,complimenti mi piace molto ,toccante e profondo ,piace moltissimo anche l’acquarello

    pasquale

    2 aprile 2013 at 06:20


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