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DIARIO di D’ARIO / Il Cammino di Guglielmo 2013

il nostro miraggio (foto a. bergamino)

il nostro miraggio (foto a. bergamino)

Recupera/Riabita _ 2^ edizione _ 2013

Nel complesso abbaziale del Goleto a Sant’Angelo dei Lombardi / Due giorni di incontri, cammini, confronti e silenzi / Sulle alture dell’appennino irpino-lucano.

DIARIO di DARIO (Bavaro)

Il 18 e il 19 maggio una Comunità imprevedibile ed impermanente si è formata e ritrovata lungo il cammino che attraversa i borghi dell’appennino irpino-lucano.

La sera del 17 maggio nella casa di Gilda Rizzi e Faluccio Capasso a Lioni, si è costituito il primo nucleo di comunitari e pellegrini riunitosi attorno alle “cannazze”, piatto tipico calitrano, alla “pagnotta svuotata e ripiena di peperoni”  di Sant’Andrea di Conza che i contadini si portavano in campagna per affrontare le fatiche del lavoro della terra, la “pancetta ripiena d’agnello e le braciole” tipiche di Lioni mentre il “ragù” preparato, rigorosamente, da una ricetta tipica di Melito Irpino e da un corposo vino aglianico di Paternopoli che ha punteggiato con virgole e punti esclamativi  la serata.

La tavola preparata con amore e accoglienza la sera del 17 è stata la premessa ideale del viaggio iniziato la mattina del 18 maggio con partenza dal Goleto verso  Calitri, prima tappa del percorso, dove Filomena Cestone  ci  accoglie e accompagna verso il borgo Castello, recuperato dall’architetto Vito De Nicola con rigore e rispetto della memoria del luogo e ancora purtroppo da riabitare.

I luoghi recuperati devono essere abitati per ritrovare la magia dell’aria e dei suoni, dei passi che nella lentezza naturale del luogo ti preparano alla meraviglia di paesaggi senza confini.

A Calitri abbiamo visitato le grotte del salumificio  Masseria Valenzio accolti da Lucia Protano dove si stagionano pregiati salumi che abbiamo degustato riscoprendone i profumi, i sapori intensi e antichi.

Da Calitri a San Fele ci accoglie Fernanda Ruggiero, ideatrice della via dei Fiori e delle Preghiere e dopo una breve ma intensa presentazione del Santuario di S. Maria di Pierno, da parte di padre Alberto ci avviamo verso il caseificio di Donato Pierri, il casaro che ci prepara alla degustazione di profumatissimi caciocavalli e di una tenace e gustosissima treccia di latte di mucca podolica e un formaggio di latte di pecore che pascolano solo in queste radure dell’Irpinia d’Oriente  presentatoci da Elisa Chieca.

Il pranzo è nel ristorante Tipicamente; Antonio Puppio  è lo chef che ci accoglie con i piatti della tradizione irpino lucana rivisitati per esaltarne il gusto e la presentazione.

Ci aspettano sedute e pazienti, per il nostro ritardo, le Signore Maria e Fonsina che custodiscono il museo delle tradizioni contadine di San Fele, ci accarezzano con la loro disponibilità ed accoglienza ed entriamo tutti dentro il grande scialle nero tipico delle donne lucane.

Poi il cammino sale verso Cairano, dove il sindaco Luigi D’Angelis ci aspetta seduti in cerchio, nella piazzetta della chiesa di San Leone, con una rappresentanza della comunità cairanese per accogliere, insieme al gruppo, Enrico Finzi, presidente dell’Istituto Astra Ricerche e la signora Terry per parlare di Cairano della sua condizione di paese di confine che si sta spopolando, ma che può fare di questa apparente debolezza la sua forza. La condizione di abbandono è sicuramente faticosa, ma costruisce spazi dove il tempo può essere vissuto con più lentezza fino alla condizione intrigante della perdita del tempo stesso, che rispetto al vivere in città, spesso senza tempo e spazio, diventa una straordinaria risorsa, un invito per un nuovo umanesimo, dove ritrovare attraverso i passi lenti di luoghi come Cairano, un nuovo e significativo modo di stare al mondo.

La sera evochiamo per la cena solo una zuppa di latte per mitigare  l’abbondanza delle degustazioni fatte.

Si riabita negli antichi casali recuperati dell’Abbazia; i pellegrini sono ospiti della Diocesi e dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucalud. Don Tarcisio si è premurato di far preparare le stanze; c’è odore di legno e di cera e d’incenso. Riposiamo cullati dalla dolcezza della storia. 

Il 19 maggio è il giorno del Cammino di Guglielmo che si svilupperà da San Francesco a Folloni (Montella) al Goleto; 16 chilometri a piedi. Dal Goleto tutto sembra partire e ritornare, perché questa comunità, imprevedibile ed impermanente, ritrova il suo fuoco centrale in questo luogo che conserva intatto la sua potenza spirituale e ci accoglie sempre con le braccia aperte e silenziose.

Dopo la benedizione di Frate Agnello a pellegrini e camminatori,  si parte all’alba rasentando le sponde del Calore e ci si inerpica per Tagliabosco. Un cammino lento ma vigoroso; un cammino che ritempra e mai stanca. Che ci mette in ascolto. Alla chiesetta di Campo di Nusco siamo lì in cerchio e nel centro del cerchio le conchiglie di Santiago sono i doni preparati da Dario. Siamo tanti. Antonio, Marisa, Gianni, Lucia, Donato, Mimmo, Natale, Anna, Rosalia, Maria, Tonino, Gabriella, Esilda e tanti, tanti altri. Piccoli paesi e città. Ci scambiamo doni e sguardi e carezze nel vento profumato di maggio. E’ bella questa terra d’Irpinia. Non l’abbiamo mai vista così bella… (a.v.)

Il pomeriggio, al Goleto, tra i ruderi della grande chiesa all’aperto, detta del Vaccaro nel nome dell’architetto che la ideò dopo il terremoto del 1732,  ci incontriamo seduti in cerchio per riabitare non solo il Goleto ma le emozioni di questo viaggio che in questo luogo di silenzio possono ritrovare le parole feconde per costruire, come pietre, relazioni profonde. Ci aspettano Massimo Di Silverio e Caterina Martone, intellettuali e produttori agricoli al contempo, anche loro pellegrini certi della rinascita dei nostri luoghi. C’è molta fede in questa fetta di terra se tutti caparbiamente crediamo che un futuro più dignitoso qui è possibile.

Prepariamo lo spazio con attenzione e delicato rispetto. Tutto sembra organizzato. La delicatezza di una coreografia del centro studio danza Artinmovimento di Antonella De Angelis apre l’incontro, abita il luogo e lo racconta. Quello che avviene dopo rientra, come sempre, nella semina imprevedibile delle parole di Angelo Verderosa dentro il fuoco centrale del Goleto da sempre, di Mario Marciano che ci presenta con precisione e affetto un amico, di Fernanda Ruggiero che ci invita ad acquistare, come comunità, un albero per la via dei fiori e delle preghiere, di Agostino Della Gatta che ci invita nell’albergo diffuso di Castelvetere sul Calore e di tutti i presenti che con le loro parole non dette contribuiscono, con un ascolto attivo, ad accogliere tutte le emozioni rimettendole in circolo. Silenzioso, attento alla luce e alle ombre, Antonio Bergamino segna il cammino seminandolo di foto.

Enrico Finzi, nel fuoco centrale del Goleto, trova parole d’amore per la terra irpino – lucana e ci regala un’intuizione, nata da una ricerca sulle motivazioni della scelta del partner. Il partner, secondo questa ricerca, lo si sceglie perché lui ci dichiara il suo amore e allora è facile affermare che “per farsi scegliere bisogna amare, desiderare fortemente. Questa è l’unica energia capace di edificare relazioni e cambiare condizioni di sofferenza e di abbandono trasformandole con generosità e fiducia  in opportunità per una grande vita”.

Tra la danza, le parole, il canto e il suono, ecco la presenza magica della scultura “la Dea della Fecondità” e del dipinto “l’uccello pavone racconta una favola” di Giovanni Spiniello, che mettono tutto insieme, dando forma a questa comunità che nello spazio felice degli sguardi che si cercano, si ritrova.

Concludono, con una nuova ouverture, i Makardìa il trio composto da Filomena D’Andrea, Virginio Tenore ed Enzo Perna, che con la loro musica-teatro ridisegnano la fonte dell’ascolto e ci regalano parole danzanti che si sposano, feconde, con tutto il viaggio fatto fino al Goleto. Alle 18,30 il suono si ferma e Virginio ci invita al silenzio perché sono iniziati i Vespri e nel rispetto dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas che riabitano e abitano dai tempi di Padre Lucio il Goleto, è necessario tacere per riaprire lo spazio ad un nuovo ascolto.

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