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alta irpinia e piccoli paesi

castello di quaglietta _ foto fattoruso

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“Alta Irpinia e piccoli paesi” _ di Luigi D’Angelis *

In queste settimane estive da più parti è tornato d’attualità il tema dei piccoli Comuni montani al di sotto dei 2000 abitanti che, coma ha documentato uno studio dell’ANCI, costituiscono il 43,7% delle amministrazioni comunali del nostro Paese, percentuale che cresce sin oltre il 70% se si considerano i Comuni con popolazione sino a 5.000 abitanti. In questi risiedono 10.373.487 abitanti pari al solo 17.2% della popolazione dell’Italia coprono, però, circa il 70% del territorio nazionale. Di fronte a questi dati, un piccolo paese come Cairano che dal 1861, anno dell’unità d’Italia, ha perso oltre 1500 abitanti (oggi 370), può essere un punto di osservazione privilegiato per analizzare e comprendere le problematiche e, soprattutto, il futuro dei 3534 Comuni  sotto i 2000 abitanti.

Risorsa o ostacolo allo sviluppo del sistema Italia? Negli ultimi mesi si è ripetuta questa domanda da cui si attendono risposte serene e responsabili ai vari livelli istituzionali attraverso il sostegno ad un federalismo solidale e ad una organizzazione dei poteri locali che non crei discriminazione fra città e piccoli centri.

Di fronte a questa realtà si attendono risposte concrete dal governo e dal Parlamento dopo che un apprezzabile tentativo era stato avviato con la proposta di legge Realacci-Bocchino di alcuni anni fa, poi arenatasi nei meandri del parlamento e solo di recente ripresa col contributo anche del parlamentare Irpino Famiglietti. Cosa si aspettano i piccoli comuni? Certamente il trasferimento del momento decisionale dal centro alla periferia (questo è il vero federalismo), insieme all’attuazione del decentramento amministrativo con un principio di sussidiarietà ma, soprattutto, chiedono una soluzione sulla fiscalità locale che sia diversificata per rispondere appieno alle esigenze dei piccoli Comuni. Questa scelta, che cade proprio mentre si sta discutendo della nuova “Tax Service”, è fondamentale per garantire quei servizi minimi e, quindi, incentivare la presenza dell’uomo sul territorio.

Comuni come Cairano che hanno entrate proprie davvero irrisorie hanno bisogno di un federalismo meno fiscale e più finanziario; più cooperativo e meno competitivo per sostenersi, senza cadere nella tentazione di rivendicare assistenzialismo senza un sostegno dello Stato e della Regione e senza politiche di tutela dell’identità e del patrimonio di storia e civiltà dei piccoli centri come il nostro, non potrà esserci futuro. Diventeremo delle “testimonianze” magari come mero presidio alla difesa dell’ambiente.

I piccoli Comuni non ci stanno a rivestire questo ruolo passivo e sono pronti a fare la loro parte per annullare questa sciagurata prospettiva. E allora come far diventare risorsa e non un peso un piccolo Comune? Come realizzare un ente forte che sappia valorizzare la propria progettualità ed assumere autonomamente i compiti cha la collettività gli affida?

Noi abbiamo puntato su alcuni obiettivi:

–       favorire un “sistema” dei servizi tra i Comuni del territorio (non fusione di Comuni ma unione di servizi);

–       mettere in rete iniziative in grado di rendere conveniente abitare in un piccolo Comune anche se isolato ma ben collegato con le “centralità” vicine e lontane;

–       puntare ad uno sviluppo sostenibile, eco-compatibile, mediante una politica attiva di difesa e valorizzazione ambientale;

–       perseguire la politica di tutela e di recupero del borgo antico anche ai fini turistici e culturali.

Ovviamente questi progetti presuppongono nella loro attuazione un ente locale che sia meno amministrativo  e burocratico e più organismo guida e formatore di una comunità. Il problema è che mentre questi processi lentamente prendono forma, continua lo spopolamento dei nostri villaggi di montagna. Occorrono, dunque, soluzioni innovative forse sul modello francese con la cosiddetta legge “Malreaux” che a partire dagli anni 60 ha consentito di far rivivere tantissimi piccoli paesi e centri storici semi abbandonati.

Credo che la classe dirigente degli ultimi tempi sia molto cresciuta  ed è consapevole del ruolo alto degli enti locali; ne sono testimonianza i numerosi progetti territoriali che sono stati proposti da gruppi di enti locali. Manca però, soprattutto in Alta Irpinia, un responsabile sostegno da parte di due enti fondamentali: Regione e Provincia. La prima per la mancanza di un “Progetto Globale Regionale” che includa davvero le aree interne e per gravi e colpevoli incapacità amministrative. Ci sono, infatti, più risorse disponibili specie comunitarie, che investimenti su progetti qualificati e, ci sono più inerzie burocratiche e amministrative che iniziative per dar corso ad un’inversione di marcia. Basta analizzare il risultato dei POR dove a fronte di migliaia di progetti finanziati, di ingenti risorse impiegate, non si è registrato uno sviluppo o quantomeno una inversione di tendenza rispetto ad una economia soprattutto delle aree interne che stenta a decollare. La seconda, per una fallimentare azione sulla viabilità minima che ha reso quasi inaccessibili Comuni come Monteverde, Cairano, Aquilonia, solo per citare l’Alta Irpinia.

L’auspicio ma soprattutto l’ambizione culturale e politica è di vedere i piccoli Comuni (in provincia di Avellino quasi il 90% sono sotto i 5000 abitanti) integrati e sussidiari, senza gerarchie istituzionali, con pari dignità della cooperazione e che vedano nella centralità del territorio il futuro delle iniziative. In questo contesto si attende una risposta nuova dal sindaco di Avellino con una visione del Capoluogo meno orientata come nel passato verso il mare e più attenta alla montagna perché in provincia e in Alta Irpinia ci sono importanti segnali di sviluppo e potenziali meccanismi di crescita economica che vanno messi a sistema su punti di eccellenza:

– il patrimonio storico-culturale e il paesaggio rurale;

– i prodotti tipici e la buona cucina;

– la coesione sociale, la qualità della vita, le relazioni umane;

– la creatività, l’uso del tempo.

Dalla valorizzazione di tali risorse può derivare lo sviluppo dell’economia del territorio. Piccoli centri come Cairano, Monteverde, Calitri, ad esempio, stanno puntando con successo sulla cultura e grandi eventi con offerte di fruizione basate sull’inserimento temporaneo del turista nel tessuto sociale, culturale, storico e folkloristico del territorio, con risorse proprie e col sostegno di artisti importanti come Dragone e Capossela.

Io sono convinto che da qui ai prossimi 5-10 anni vi sarà un’interruzione della tendenza demografica storica, in quanto i piccoli Comuni diventeranno luoghi appetibili.

Tale situazione sarà legata alla domanda di miglior ambiente e di minore stress da parte dei cittadini   e le persone saranno spinte a spostarsi soprattutto da motivazioni di tipo economico, dall’alto tasso di inquinamento urbano, dalla ricerca di condizioni di vita più a misura di famiglia e dalla ricerca di uno “stile di vita” e di valori più vicini all’ambiente naturale, senza dimenticare la genuinità dei prodotti alimentari.

Da questa ipotesi rimarranno fuori i piccoli Comuni che pur avendo in futuro grazie agli strumenti telematici una governance più evoluta, sono decentrati o hanno mobilità difficili come lo sono la maggior parte dei Comuni dell’Alta Irpinia.

Al di là di queste difficoltà storiche ed oggettive, credo però che si possa e si debba lavorare su due fattori fondamentali per dare una speranza ai piccoli paesi soprattutto a quei 200 Comuni che secondo studi recenti, nei prossimi 10 anni scompariranno del tutto dalla geografia italiana cancellando in molti casi migliaia di anni di storia.

1)    L’elemento umano e culturale

2)    Gli amministratori locali.

1) L’elemento umano e culturale

Da tutte le azioni di sviluppo che sono oggi in campo in questo territorio ma per quanto mi riguarda osservando soprattutto la risposta dei cittadini e soprattutto degli operatori economici, in occasione dei bandi sui POR e sul PSR, è emersa in modo molto preciso la volontà a rimanere, ad investire e a rinnovarsi pur fra mille difficoltà. Questa motivazione umana va assunta secondo me come punto di forza del progetto-territorio, perché un percorso di sviluppo sostenibile, protratto nel tempo, deve certo partire dalle risorse locali e inserirle in un sistema, ma deve puntare soprattutto sull’elemento umano.

Sono le persone che danno valore a un territorio, in quanto la persona umana, con la sua presenza è l’unica essenziale motivazione per attivare idee, progetti, risorse economiche. Per innescare meccanismi di sviluppo endogeno, arrestando anche processi di emigrazione, di spopolamento e fuga di giovani generazioni, non basta il solo trasferimento delle risorse finanziarie, ma è indispensabile attivare un sistema autopropulsivo promosso dal basso che pensa lo sviluppo territoriale in termini di integrazione e valorizzazione delle specificità locali, delle risorse umane, naturali, materiali ed immateriali, un sistema collaborativo, sinergico, di cooperazione pubblico-privato. E’ evidente però che a fronte di questo, lo Stato, le Regioni devono fare la propria parte soprattutto rispetto al coinvolgimento e alla partecipazione alle decisioni che riguardano lo sfruttamento di beni comuni.

Ovviamente questo sistema presuppone nella sua realizzazione un ente locale che sia svincolato da logiche decisionali che tengono conto di fattori legati a questioni demografiche o essenzialmente al rapporto costi/benefici o peggio ancora in alcuni casi a fattori clientelari e non di meritocrazia. Perché poi il problema è sempre lo stesso. Quanti voti hai, tanto vali! Paesi come Cairano sono un condominio di Napoli, l’intera Alta Irpinia è un quartiere di Napoli. Quindi l’elemento culturale, cioè il riconoscere i piccoli Comuni come un valore nel tessuto storico, sociale, è secondo me la prima assunzione di responsabilità di un Stato che deve saper salvaguardare la sua identità e la sua storia. Ma un paese deve vivere anche per altri valori essenzialmente umani che sono in contrapposizione al cattivo vivere di gran parte dei grossi centri urbani:

  • Nel paese le persone si riconoscono nel senso di appartenenza al territorio, alle origini, alle tradizioni, al dialetto;
  • Nel paese il senso di “comunità” rinasce sempre più quando e dove si può ancora operare insieme, nei momenti di festa o di difficoltà;
  • Nel paese elemento irrinunciabile è la qualità dei rapporti umani, il valore che assume l’individuo nella comunità che lo riconosce e lo distingue;
  • Nel paese si tutela la qualità dell’ambiente, non solo in termini di salubrità e bellezza, ma come spazio di vita.

Chi vive in un piccolo paese fa un atto d’amore, un amore così alto da permettergli ancora di contrastare i fattori negativi, quali la scarsità di servizi, le distanze, l’isolamento, la mancanza di prospettive… Ha ragione Arminio a sollecitare un nuovo umanesimo delle montagne. Bisogna fare presto, cominciando dall’Alta Irpinia.

2) Gli amministratori locali.

Il contesto attuale chiama l’amministratore pubblico ad uscire dalla gestione del quotidiano, per assolvere il ruolo di colui che ha veramente in mente il progetto complessivo. Di fronte a tale assunzione di responsabilità, egli rischia di trovarsi senza strumenti, facendo riferimento a quelli tradizionali, che si rivelano inadeguati. Noi amministratori, allora dobbiamo leggere la necessità impellente di fare riferimento ad un quadro progettuale che abbia dimensioni sovra comunali.   Questa consapevolezza la rivendichiamo in tanti ma poi, nel concreto, pochi la perseguiamo. Io dico che noi non solo dobbiamo avere la capacità di fare squadra ma soprattutto di fare sistema, di superare il limite territoriale e politico per darci forme di programmazione sovracomunale su grandi temi quali i servizi, l’ambiente, il turismo, le aree artigianali, raggiungendo una dimensione che non solo dia senso all’operare complessivo, ma nel complessivo crei lo spazio di sopravvivenza reale anche per le entità più piccole.

Fare sistema significa superare il fatto contingente, la contrapposizione fine a se stessa per condividere e costruire insieme valorizzando l’elemento di contrapposizione come matrice di  confronto e possibilità continua di innovazione e avanzamento. Noi invece, e faccio autocritica, spesso alimentiamo scontri, divisioni, ci arrocchiamo intorno al nostro campanile e assumiamo una visione miope che fa solo male a noi stessi e ai nostri paesi già in difficoltà. L’immagine negativa, a volte quasi grottesca che stiamo dando nell’accaparrarci la gestione di qualche ente di servizio, spesso con la condivisione dei partiti, è davvero fuori dal tempo. La vertenza altirpina deve vedere protagonisti noi sindaci, non creando un contraltare politico ai partiti ma assumendo una trasversalità positiva favorendo la collaborazione, il partenariato, il coordinamento come elementi essenziali per lo sviluppo. Siamo noi, dunque,  che avendo la responsabilità di riconoscere il territorio come risorsa, dobbiamo agire in termini di interazione e di condivisione perché questo produca ricchezza. Sarebbe un segno di forza e darebbe anche maggiore valore alla chiamata dei sindaci  per la tre giorni sulla “vertenza irpina”.

Ecco io credo di si debba ragionare partendo dalle considerazioni che ho fatto con una visione moderna e concreta e non pensando al marketing territoriale come semplice “promozione”  ma come momento di partecipazione, pianificazione e programmazione strategica soprattutto in previsione dei fondi di coesione del POR 2014/20 nella quale anche noi piccoli Comuni dobbiamo poter fare la nostra parte.

*  Sindaco di Cairano

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Written by A_ve

10 ottobre 2013 a 10:36

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