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terre, paesaggi, piccoli paesi / il blog dei borghi dell'Appennino

DIALOGO

ciucciopolitana 1di AMEDEO TREZZA / Dialogo con Dario Bavaro e Angelo Verderosa

Il riposizionamento geografico, dalla metropoli alla campagna, e il riposizionamento esistenziale, da un modello di consumo post-industriale al tentativo di perseguire un modello impostato sull’auto-sostentamento critico, segna la nostra realtà come uno dei punto di resistenza nel contesto della spopolamento e dell’abbandono delle campagne meridionali, in questo caso cilentana.

Il gesto di riposizionamento è volontà di dimostrare la sostenibilità della scelta di riabitare luoghi abbandonati. È gesto consapevole di una azione in controtendenza, per questo difficile ma allo stesso tempo percepito come necessario, preso atto anche della impossibilità di perseverare nel modello di provenienza.

Questo luogo pertanto e inoltre è anche luogo di frontiera nella misura in cui si tratta di un riposizionamento percepito dall’esterno (da cui si proviene) come decentrato rispetto ai flussi sociali ed economici principali e dall’esterno (in cui ci si inserisce) come un riposizionamento decontestualizzato ed errato poiché frutto di una scelta imprevista della quale non si comprendono appieno le motivazioni.

Inoltre la criticità dell’effetto frontiera è giocata anche sul versante delle aspettative di resilienza la cui riuscita dipende da un difficile felice incontro di resilienze, quella personale o del nucleo familiare (esistenziale) e quella del luogo nuovamente abitato (potenzialità dei luoghi).

Dallo sforzo ermeneutico di attribuzione di senso a se stessi nel nuovo contesto e quindi dal rapporto uomo-ambiente dipende la scommessa di resilienza. Il viaggiatore-ospite è testimone di questo sforzo interpretativo e viene chiamato a interpretare egli stesso, ad attraversare la frontiera, a stare sulla frontiera e a testimoniare della frontiera.

Questo luogo suggerisce un dialogo sottile con il mare. Da qui non si è a mare ma col mare, il mare è in primo piano e coprotagonista del paesaggio al pari delle montagne e della campagna, con il suo colore, la sua brezza e il suo odore. Il discorso sul mare è una evocazione del mare, la distanza ci consente di parlarne e di sentirne la presenza come luogo di frontiera e al contempo luogo centrale, che ci mette al centro del Mediterraneo. Luogo dell’alterità indefinita ma anche tessuto connettivo e facilitatore della mediazione, in una parola luogo delle indefinite potenzialità.

I luoghi in sé paiono non esistere, prendono forma e guadagnano le tre dimensioni quando sono abitati. Il luogo è uno spazio raccontato. Solo allora gli spazi diventano luoghi, nella misura in cui sono suscettibili di essere raccontati, di essere letteralmente aperti alla conoscenza degli altri, dei viaggiatori. Uno spazio è un luogo se c’è l’abitante che ne testimonia la vita, la quotidianità attraverso il racconto. Per questo l’incontro con l’altro, col viaggiatore, è racconto del territorio e delle pratiche che emergono dall’abitare un luogo.

Tra le pratiche della quotidianità dell’abitare un luogo, la produzione di cibo è gesto fondante di appartenenza e presidio del territorio. Per noi il cibo è gesto politico e culturale prim’ancora di essere gesto agricolo e, infine, gastronomico. Punto di incontro del fare degli abitanti del posto e linguaggio come strumento di conoscenza offerto all’esplorare curioso dei viaggiatori.

L’abitare questi luoghi è testimonianza di un rapporto diverso con lo spazio e col mondo, è suggerimento della molteplicità di strategie di resilienza. È riprova della possibilità di un altro stare al mondo rispetto al consueto.  È modello di vita altro rispetto alle città, apertura di possibilità, culto del bello. Continua ricerca del bello nelle indefinite modalità di manifestazione del rapporto dell’uomo con la natura, lontano dai condizionamenti meccanicistici indotti.

Entrare nella dimora dell’abitante del luogo è incontrare la bellezza delle piccole cose, del quotidiano che dà vita alle piccole cose, agli oggetti della casa e dei suoi spazi. Continue sovrapposizioni di suoni e di forme, di modi di stare e di agire che dicono dell’incessante stratificazione di ricordi e di vite passate, di mani e volti passati di qui e che hanno lasciato ciascuno un segno. Una miriade di segni che trovano armonia nella casa di chi abita il luogo dell’accoglienza e offre all’altro la propria storia e che fa sua la storia dell’altro.

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Written by A_ve

29 ottobre 2013 a 16:48

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