piccoli paesi

terre, paesaggi, piccoli paesi / il blog dei borghi dell'Appennino

a proposito della tesi di laurea

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RIPORTIAMO IL TESTO INVIATO DAL DR. FIORENTINO A LUCIE, STUDENTESSA ERASMUS A NAPOLI; la sua tesi indaga sulla figura dell’architetto nelle zone rurali dell’Appennino italiano. E di conseguenza sul recupero della ruralità come forma del riabitare; nuovi abitanti, nuova economia. _ a.v.

Gentile Signorina Lucie,

il mio punto di osservazione rispetto alle Sue domande è quello di un imprenditore agricolo, nel caso specifico di un imprenditore nel settore della produzione del vino.

Risponderò ad alcune di esse, per questo motivo, partendo proprio dalla mia modesta esperienza personale.

La mia idea, che immagino non essere soltanto mia, è che i piccoli paesi possiedono una incredibile possibilità di offrire non solo a chi li abita, ma anche al visitatore-turista, al cliente-consumatore, lo spazio sociale e culturale che può rendere ricca ed autentica l’esperienza di vita, di fruizione dei luoghi, di acquisto/consumo dei beni prodotti in quei posti. La capacità di un territorio di tenere insieme i valori del luogo e di trasmetterne le emozioni, di promuoverne l’identità e farne comprendere la qualità, è un passaggio necessario per differenziarlo dalla tensione “industriale” e “convenzionale” all’anonimato, all’indistinto omologante, alla vita e alla produzione vissute in assenza di riferimenti valoriali e prescindendo dalle vocazioni territoriali.

Questo non significa immaginare un ritorno all’antico, non c’è da mettere una marcia all’indietro o un freno alla storia. E, soprattutto, tutto questo ha molto a che fare con la figura e con il lavoro (direi meglio: la funzione) dell’architetto. L’architetto è infatti, come Lei sa e come ricorda la radice del termine, per sua natura una figura autorevole di pensiero, di azione tecnica, di costruzione e ri-costruzione responsabile e consapevole dell’opera e dei luoghi. A suo modo è un Pontifex (costruttore di ponti), che si muove necessariamente tra passato e futuro.

Si tratta, infatti, di costruire o ricostruireanche materialmente degli spazi (socio-culturali) in ambiti rurali che accompagnino il cittadino, l’imprenditore, il visitatore, il cliente, in una esperienza di vita/produzione, visita/fruizione, conoscenza/acquisto, non anonima, non riproducibile, ma singolare, univoca, unica. Non basta misurare e incentivare la produzione, ma serve anche essere consapevoli del grado di benessere che si vive e si genera (riflettere sul Benessere Interno Lordo…).

“Bere vino ora, per molti, significa ricerca delle radici, ritornare ad un luogo dimenticato, celebrare una memoria, rinnovare una fratermità, rifare un’esperienza di comunità” (Attilio Scienza, 2014).

Per un produttore di vino, pertanto, non è indifferente la scelta che l’amministrazione o le amministrazioni locali od anche i privati stessi effettuano a livello urbanistico, sotto il profilo ambientale, nei confronti del paesaggio, nella difesa e promozione della cultura e del patrimonio artistico locali, nella innovazione e nel sostegno dei saperi del territorio.

“L’Osservatorio Turismo del Vino mette in evidenza come il vino da solo non generi turismo. I flussi nascono quando le bottiglie prestigiose sono prodotte in territori particolarmente belli e integri. L’elemento del paesaggio appare determinate e collegato sia al rispetto ambientale che a elementi di tipo culturale. I visitatori, infatti, percepiscono l’assaggio del vino come un complemento oppure addirittura come una parte integrante della civiltà del territorio in cui si trovano, al pari della visita di un castello medioevale oppure di una villa cinquecentesca. In questo senso non deve stupire che la qualità del territorio sia al primo posto (23%) fra i fattori che influenzano la scelta dei turisti del vino prima della cultura (19%), dell’enogastronomia (17%) e del vino stesso (13%). Si tratta di un legame inscindibile fra i vini e le terre in cui nascono. Un legame che i titolari delle cantine cercano di interpretare sia nell’accoglienza che nella degustazione del vino”. (Donatella Cinelli Colombini su Osservatorio Turismo del Vino, Censis, 2014).

Ora, come per il vino, anche per altre attività io credo sia utile e funzionale che la produzione si vesta della suggestione del luogo, e dei saperi del luogo. La migliore etichetta del vino, la sua brochure più efficace, è la terra, le vigne, il paesaggio dove nasce e cresce la sua uva.

La condizione di cd. “arretratezza” di alcune zone rurali corrisponde anche ad una situazione di minore urbanizzazione (selvaggia), di ambiente potenzialmente meno contaminato, di relazioni sociali più autentiche e genuine. Tutto ciò non è sufficiente a far “rivivere” i piccoli paesi, ma è pur certo che senza (la difesa di) queste condizioni essi muoiono definitivamente.

Nella difesa e nella promozione della ruralità è, a mio modo di vedere, necessario abbandonare il mito di un ritorno al passato, ed è opportuno innestare la leva della innovazione, della conoscenza, del sapere, della ricerca, delle infrastrutture, coniugate con la difesa della specificità dei posti e la fondamentale salvaguardia del paesaggio.

Nel tempo si è immaginato che le competenze e le conoscenze fossero necessariamente altra cosa e distanti dall’ambito e dall’ambiente rurale. Credo necessario riempire il vuoto delle zone interne con il pieno delle conoscenze, non del cemento. E’ quindi importante dotare la produzione rurale del valore aggiunto della ricerca, della sperimentazione, della formazione. Non pozzi di petrolio, direi, ma pozzi di scienza.

Il paese nel quale stiamo realizzando la nostra cantina si chiama Paternopoli, che significa “città dei Pater”, cioè città di gente di pensiero che nell’antichità scelse questo luogo per meditare, studiare, approfondire le questioni. Nella storia e nella vita di questo e di tutti i piccoli borghi vi è e vi deve essere lo spazio per creare luoghi dove innalzare il livello di conoscenza, il livello di studio e di approfondimento delle questioni.

Credo che questi posti, idoneamente organizzati, possano essere sede ideale di centri di formazione collegati alla produzione. Posti di qualità, formazione di qualità, produzione di qualità. Non è soltanto la quantità di produzione che interessa, in un universo di commercio globale è anche e soprattutto la sua qualità e riconoscibilità.

Per la nostra cantina, progettata dall’Arch. Angelo Verderosa, abbiamo scelto materiali costruttivi locali, l’utilizzo del legno, il rispetto del rapporto con la terra, l’ambiente e le colture circostanti, la connessione con la casa padronale a significare la continuità della storia familiare, l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile, meccanismi di recupero/riutilizzo delle acque.

I piccoli paesi, in definitiva, possono essere il posto dove può provare a realizzarsi il sogno di Adriano Olivetti:” La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica…”.

Cordialmente,
Giovanni Fiorentino

> Come Lei pense che sia possibile di far rivivere i piccoli comuni ?

> Sto cercando tutti gli iniziative d’architetto che possono far rivivere i piccoli comuni. Lei ha qualche idea sulla domanda ?
> In quali altri progetti nell’ambiente rurale Lei ha partecipato ?
> Saluti, Lucie B.

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Written by A_ve

20 ottobre 2014 a 08:40

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