piccoli paesi

terre, paesaggi, piccoli paesi / il blog dei borghi dell'Appennino

Meno male che ci son queste isole dei blog.

dal mitico inviato EDUARDO ALAMARO. Cari resistenti dei Piccoli Paesi, cari residenti piccoli paesani, cari amici dell’Osso verderosa,

Vi scrivo questa mia dalla costa, dalla polpa, dalla superficie, dal golfo di Napule senza l’ultimo suo Pino (Daniele). Napule è sempre na carta sporca … e nisciuno se ne ‘mporta e … tutti aspettano a ciorte … e se spartiscono e torte. … Menomale che ci siete Voi dell’interno e dell’interiore, cultori e cantori del bello, delle Arti decorative & Architettura. Nesso su cui io lavoro indefessamente, una malattia incurabile. Ma navigar m’è dolce in questo mar (di guai che ciò mi procura, nda).

Talvolta invio tracce di questo lavorio a questo ospitale blog piccolo-paesano irpino. E talvolta ciò riscuote anche successo, oltre la nostra ristretta cerchia di cultori della materia, com’è accaduto nel caso della mia divertita cronaca dell’inaugurazione del “Viaggio attraverso la ceramica 2014” a Vietri sul mare, concorso-mostra nazionale, resuscitato dopo una pausa di anni (per mancanza di fondi) e affidato dal Comune alle cure di Vittorio Sgarbi. Quel fortunato mio resoSconto è rimbalzato inaspettatamente nei blog e comunicazioni mail della costa, miracoli e sorprese del web. E’ stato per questo motivo che ieri ho ricevuto da un gentile interlocutore vietrese (e che ringrazio) una mail dal doppio interesse. Due al prezzo di uno. Infatti concerneva sia notizie dell’attivazione di un forum online, al quale vi invito a partecipare, perché son tematiche a voi non ignote

Stamattina ho provveduto a un rapido riscontro di questi due punti. Sia cioè sul parcheggio multipiano progettato nel vallone, che sulla premiazione del Viaggio ceramico 2014, mostra-concorso. Li ho messi insieme perché mi appaiono legati dal tema del fuoriscala territoriale, dell’apparire, del mostruoso. Quello alla base della società dello spettacolo e del televisivo spinto dell’informazione continua. Si salvi chi può staccare il filo!! Tutto ciò è strano, è inedito in loco. Per secoli Vietri, come del resto le vostre zone irpine, è stato un paese povero, un paese operaio legato alla sua orografia, alla sua geografia, attento all’equilibrio delle fragili sue Terre; al suo stesso lavoro ceramico che non poteva permettersi astrusità, ma solo cose belle e pratiche, vere e giuste. Cioè cose utili e “a mestiere”. Lì c’era l’Arte, la piccola-grande arte faenzara comune e comunale dei vietresi. Fortemente identitaria e per questo motivo apprezzabile dai molti, internazionale, per nicchie di persone di gusto vivo e raffinato. Asilo artigiano di un’arte giusta e giustificata, laboriosa. La progettazione dei “tedeschi”, gente che di viaggi ceramici europei e di imprenditoria artistica ne capiva (ne parlai in uno dei convegni a Cairano bella, nda), s’innestò su questo comune e comunale sentire tradizionale e operoso del luogo. E direi che la Vietri migliore (o la meno peggiore) campa ancor oggi, in buona sostanza, su quella grande lezione di umiltà tedesco-vietrese, il “tedeschiese” , come l’ho ribatezzata, … e son passati un bel po’ di lustri da quel tempo, tra le due guerre mondiali. Tutto ciò, tutto questo prezioso laboratorio diffuso, anonimo & artigiano, con sperimentazioni continue a costo zero (una cosa progettante che osa, molto più importante dell’illusoria individualità artistica, quando c’è, nda), a mio parere è solo un lontano ricordo, perché nel frattempo è cambiato proprio l’antropologia del luogo, il comune sentire dell’artiere vietrese. Segno & sogno dei tempi: è la Vietri spostata, tematica affascinante, della quale son cultore. Un passo e uno spasso indietro. Non so quando sia avvenuta “la rottura” con il semplice e l’utile in loco. Dovessi azzardare una ipotesi, stamattina (anzi, è quasi mezzogiorno), direi che ciò potrebbe essere databile con l’apparire all’orizzonte del fuoriscala delle luccicanti navi e portaerei americane: un apparire mostruoso, affascinante, meraviglioso, mai visto, inaudito; cioè lo sbarco delle truppe alleate, con tutto quel ben di Dio che nel 1943 si riversò su quelle povere coste operaie nostrane, sulle quali c’erano le faenzere. Tutto ciò sconvolse “la giusta misura” della tradizione e la mente artigiana che traduceva: Vietri fu – forse & farsa, dico, ipotizzo stamani- fatalmente attratta da allora, da quello scenario di guerra: dalla mostruosità, dallo stupefacente, dal fuoriscala, dal multipiano, dall’azzardo storicamente abusivo. In effetti, a guardar bene, lo stesso grande edificio-fabbrica dei Solimene, che per farlo si dovette sbancare mezza montagna, si potrebbe inquadrare in questa logica del maraviglioso. Andò bene perché fu sorretta da irripetibili condizioni postbelliche, dal genio imprenditoriale di don Vincenzo Solimene, dall’arte del tornio di suo padre don Ciccio, … e da una buona idea-forza architettonica, non a caso di radice organicista americana, un unicum per lo stesso architetto torinese Soleri (vietrese per caso, … e che poi non ha realizzato più nulla, solo “visioni nel deserto”, pace all’anima sua…). Ma quell’edificio, quell’inno al vaso, al tornio dei Solimene, fu un caso. Un fortunato caso, un unicum, un’eccezione che non poteva (e non fece) scuola: il fuori-scala territoriale andò infatti male per Vietri, andando avanti negli anni, mutati i gusti e le sensibilità ambientali, a Fuenti, estremo lembo del Comune di Vietri. Che fu un mostro e basta. E per abbatterlo ci son voluti, ricordo, sforzi immani e poteri oltre il locale e il regionale (e se si andava in quei giorni per Vietri la gran parte della gente comune e del Comune era contraria all’abbattimento, non ne vedeva la mostruosità, ahinoi, nda). Perché il mostruoso, nella sua varia declinazione, anche di terracotta maiolicata, qui il punto, sta ben vivo, è ben radicato – a mio avviso – nell’immaginario odierno di Vietri. Vietri global ha perso la sua bellezza semplice, la sua misura antica. Misura umana, utile e povera, dico. E’ quella odierna la Vietri spostata nel post/umano global, .. ed è per questo motivo che forse è “contemporanea”, mostruosamente (e forse infelicemente) contemporanea. Quando Vittorio Sgarbi, durante la conferenza stampa, rispondendo sgarbatamente, alla sua maniera televisiva collaudata, al coraggioso giornalista e ceramante del luogo Vito Pinto gli dice: “… ma scusa: quello lì che abbiamo ex aequo-premiato, dov’è nato?” non ha tutti i torti. Vuol dire, traducendo: “Siete stati voi a Vietri che l’avete prodotto. E’ il campione di tutti questi “viaggi” nella ceramica d’arte supposta, di tutta questa babilonia vostra, … noi che ci possiamo fare? Noi della giuria siamo solo di passaggio. Non di paesaggio. Prendi i soldi, il sole e … scappa. Noi siam solo commissari d’esame alla maturità artistica, non quelli d’imprenditoria & lavoro. Noi siamo medici in-curanti che constatiamo la malattia, la malattia d’arte: la fine dell’artigianato e delle produzioni ‘normali’. Siam curatori, siamo notai che registriamo, e non scriviamo ricette e/o assegniamo terapie. Non siamo la Mutua: l’arte è un rischio individuale e non ci può essere una rendita di posizione sol perché stai a Vietri: Ghino di Tacco è morto. O no?” Non ha tutti i torti Cinico Sgarbi, per la verità. Il problema sta in chi l’ha chiamato. Anzi è stato temerario, con tutte quelle aspettative e quel carico comunale che gli hanno accollato. Non poteva fare certo miracoli, Sgarbi. Del resto questo, dico, riaffermo, è un gioco natalizio; un premio, un viaggio-premio a carico del Comune pagato dal contribuente …; è una scorciatoia per artigiani artistici “mostruosi”, spostati, illusi: un modo furbastro per andare all’Expo di Milano, la capitale del mostro 2015 italiano-globale: così va il mondo …. E chi si mette di traverso è stritolato, pare, appare… Ragion per cui, sarò pessimista, non vedo molti spazi d’azione in loco vietroso. Non c’è l’animo giusto, non ci sono le condizioni ambientali, è un verminaio, salvo lodevoli eccezioni, che pur ci sono, forse, farsa… . Che vulite fa?, amici piccolopaesani: adda passà a nuttata … adda scennere a freve dell’arte supposta e a compresse … Il sonno della ragione (coi soldi della Regione) genera mostri, si sa … e voi lo sapete bene, ne ho scritto per Voi, di recente, dal Madre di Napoli… Sarebbe necessario parlarne, fare un bilancio, ma non mi sembrano questi tempi per far domande, per la discussione democratica e civile che fu. Per la critica operativa e corrosiva che pur sarebbe tanto utile e giusta. Meno male che ci son queste isole dei blog. Qualcosa circola in rete. Comunque mai di mai, mai disperare, sempre operare e sperare. Stop, l’ho fatta lunga, leggetelo a tempo sperso irpino, magari fino ad Ariano Irpino, pace e bene, fede, speranza e carità … e quello che volete Voi. saluti, Eldorado

Written by A_ve

19 gennaio 2015 a 08:18

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